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sabato 22 giugno 2013

affinché, alla vista del cammino che dobbiamo fare, non lasciamo consumare nella debolezza e nell’inazione la durata della nostra vita, e non ci attardiamo nelle vanità di questo mondo,


IL DIO DELLA VITA
di p. Attilio Franco Fabris

LETTURA

NON FERMARTI: CONTINUA A CAMMINARE
E Mosè scrisse riguardo alle loro tappe e alle loro soste a causa della parola del Signore (Nm 33,2).
Egli scrisse dunque cose: “A causa della parola del Signore”,
affinché, leggendole, noi vediamo
quante tappe,
quante soste
ci attendono nel viaggio verso il regno,
e ci prepariamo a questa strada;
affinché, alla vista del cammino che dobbiamo fare,
non lasciamo consumare nella debolezza e nell’inazione
la durata della nostra vita, e non ci attardiamo nelle vanità di questo mondo,
prendendo piacere
a ogni diletto della vista o dell’udito, o ancora del tatto, dell’odorato e del gusto:
affinché i giorni non se fuggano così,
affinché il tempo non scorra senza che noi ci affrettiamo a coprire la distanza del viaggio da fare, affinché non veniamo meno per via e non subiamo la sorte di coloro che non poterono arrivare al termine e “le cui membra sono cadute nel deserto” (Ebr 3,17).
Noi siamo in viaggio, noi siamo venuti in questo mondo solo per passare di virtù in virtù, e non restare sulla terra per amore degli oggetti terrestri, come chi dicesse:
“Distruggerò i miei granai, e ne costruirò di più grandi… e dirò all’anima mia: Anima mia, tu hai molti beni riposti nel granaio per molti anni… mangia, bevi e rallegrati” (Lc 12,18s).
Ah! Che il Signore non ci dica come a lui: “Insensato, questa notte stessa ti sarà rapita l’anima”.
Egli non ha detto:
“Questo giorno”, ma “questa notte”:
quest’uomo è colpito la notte, come lo furono i primogeniti d’Egitto”
perché ha amato il mondo e condiviso la vita “dei principi di questo mondo delle tenebre” (Ef 6,14). Ora questo mondo è chiamato tenebre e notte a causa di coloro che vivono nell’ignoranza e non ricevono la luce della verità. Costoro non partono da Ramesse e non vanno a Succot.

Origene, Omelia 27 sui Numeri, 2-3

venerdì 21 giugno 2013

ho sperimentato come il Dio della vita mi accompagna e mi sostiene


IL DIO DELLA VITA
di p. Attilio Franco Fabris

SCHEDA DI LAVORO

1. Mi guardo attorno.
Tutto ciò che vedo è vivo, è pregno di vita. Riconosco in ogni cosa la presenza e l’azione dello Spirito di vita.

2. Mi fermo, prendendo coscienza del mio esistere.
Sono vivo. Questa vita mi è stata donata, non mi appartiene. Essa è un dono del Padre che mi ha chiamato all’esistenza dall’eternità.

3. Vi sono, o vi sono state, situazioni in cui ho sperimentato situazioni di morte, di non senso, di ripiegamento, di sfiducia. Momenti in cui la speranza ha lasciato il posto alla disperazione. Ma ho altrettanto sentito che la spinta alla vita spingeva in avanti, ad una non resa. Lì ho sperimentato come il Dio della vita mi accompagna e mi sostiene.

4. La vita cristiana è una crescita verso la piena conformazione a Cristo. Quando un cristiano non avverte più il desiderio, una spinta, ad un perfezionamento, ad una sempre maggiore fedeltà alla Parola di Dio, è segno che in lui il dono della fede rischia di spegnersi o è già spento. Posso dire che in me la fede è viva?


giovedì 20 giugno 2013

la crescita per il cristiano ha una meta ben precisa l’aderire sempre più a Cristo


IL DIO DELLA VITA
di p. Attilio Franco Fabris

NEL NUOVO TESTAMENTO

Il dono della vita all’umanità raggiunge il suo vertice e la sua completezza nel dono del Verbo della vita: “In lui era la vita”(Gv 1,4a).

Il dono della vita non è più perciò mediato dalla Legge
ma è offerto nella sua pienezza nell’incarnazione del Verbo:
“Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”(Gv 1,17).

La vita che ci viene donata nel Verbo allarga la sua dimensione sull’eternità di Dio,
è molto più del solo esistere biologico:
diviene tensione ad una pienezza alla comunione con l’origine stessa di ogni vita:
è questa la “grazia” di cui parla Giovanni:
la promessa di una vita eterna in comunione con Dio.

Nell’Incarnazione il Verbo eterno assume la vita umana in tutta la sua realtà,
diviene soggetto alle leggi della condizione umana:
è in primo tempo un bambino che nasce da donna, 
che cresce in forza e sapienza (Cfr. Lc 2,40.52).
E questo sta ad indicare il collocarsi di Gesù in modo reale sul cammino di crescita di ogni uomo.
Si tratta di un dinamismo di crescita non semplicemente umana
ma bensì di fedeltà ed obbedienza alla volontà del Padre.

La vita di Gesù e la missione con cui essa si identifica,
in modo particolare in Luca,
sono descritte come
un itinerario, 
un cammino, 
una crescita, 
una salita verso un compimento:
Gerusalemme.

Anche la realtà del Regno, della Chiesa suo sacramento,
è presentata in termini dinamici di crescita vitale:
il vangelo parla di granellino di senape, di lievito, gli Atti parlano di accrescimento progressivo del numero dei credenti (cfr 2,41) e di crescita della Parola: “Intanto la Parola di Dio cresceva e si diffondeva” (12,24).

Inserito per il battesimo in Cristo e nella Chiesa
anche il singolo discepolo è chiamato a crescere nella maturazione della sua vita cristiana.

Egli deve crescere
nella fede (cfr. 2Cor 10,15);
nella conoscenza di Dio,
fruttificando in ogni opera buona
e crescendo nella carità (cfr. Col 1,10).

E’ Dio che opera anzitutto questa crescita (cfr. 1Cor 3,6-9),
ed è lo Spirito “che è Signore e dà la vita” che fa progredire verso Cristo, il capo del corpo.
Dunque la crescita per il cristiano ha una meta ben precisa l’aderire sempre più a Cristo,
e farlo crescere in sé conformandosi sempre più a Lui:
“Quelli che da sempre ha conosciuto (il Padre) li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).

In tal modo sia il corpo mistico di Cristo sia il singolo credente,
vengono edificati con Cristo e verso Cristo.

“In Cristo ogni costruzione cresce ben ordinata
per essere tempio santo nel Signore;
in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,21s)

La forza dinamica di questa crescita è la carità.
Il testo fondamentale lo ritroviamo nella lettera ai cristiani di Efeso:
“E’ lui che ha stabilito alcuni…
al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto nella misura in cui conviene alla piena maturità di Cristo… Vivendo secondo la verità nella carità,
cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo,
dal quale tutto il corpo ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro,
riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (4,11-16).

Abbiamo dunque una meta e uno strumento per raggiungerla:
arrivare alla statura di uomo perfetto (Cristo) nella forza dinamica dell’amore.

Allora deduciamo che:
vocazione primaria fondamentale dell’uomo,
del cristiano che ha la conoscenza,
è il saper riconoscere la vita come dono offerto
da un Altro,
Dio,
un dono che diviene compito,
che richiede un cammino verso una meta ben precisa.
Si tratta di dire di sì alla vita.

In Paolo questo sì alla vita si trasforma addirittura in un “correre verso la meta”:
“Fratelli io non ritengo di essere giunto ancora alla meta.
Questo soltanto io so.
Dimentico del passato e proteso verso il futuro corro verso la meta per arrivare al premio
che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù” (Fil 3,13-14).

Tale corsa anche per l’autore della Lettera agli Ebrei non è opzionale,
ma un imperativo per ogni discepolo:
“Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti,
tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (12,1-2).

mercoledì 19 giugno 2013

La vita si rivela un compito da portare a termine


IL DIO DELLA VITA
di p. Attilio Franco Fabris

NELL’ANTICO TESTAMENTO

La vita compare nelle ultime tappe della creazione, come suo coronamento.
Nel quinto giorno nascono “i grandi cetacei, gli esseri viventi che guizzano e pullulano nelle acque” (Gn 1,21) e gli uccelli. A sua volta la terra produce altri esseri viventi (1,24). Infine Elohim crea, a sua immagine, il più perfetto dei viventi: l’uomo.

E, per assicurare a questa vita nascente la continuità e la crescita,
Dio le fa’ dono della sua benedizione:
“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (1,22.28).

Dunque la prima parola di Elohim per l’uomo,
è una parola
di benedizione 
per la vita, 
per la sua crescita, 
per il suo sviluppo e incremento.

La crescita è la legge della vita. Essa si deve moltiplicare. Ma l’uomo non deve far solo quest’opera di “moltiplicazione”, egli è chiamato bensì anche ad una ulteriore opera di “crescita” nella sua responsabilità: egli deve avere dominio sul mondo, ovvero governarlo dome luogotenente del Dio Creatore (Gn 1,22.28.;9,7).

L’uomo, per vivere correttamente questa sua vocazione,
avrà sempre coscienza che la sua vita,
la sua crescita non trova origine in lui stesso, 
ma nel Dio della vita:
“Cresce forse il papiro fuori della palude e si sviluppa forse il giunco senz’acqua?” (Gb 8,11).
“O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato te, la fonte di acqua viva, il Signore” (Gr 17,13)

E’ la benedizione del Creatore infatti che assicura il principio della vita, il suo permanere e il suo crescere.

Sant’Ireneo vescovo di Lione nel IV secolo, dirà  che nel creare l’uomo,
Dio lo fece bambino perché potesse crescere:
gloria Dei homo vivens.

Rileggendo sotto questa angolatura la storia della salvezza risulta evidente 
come JHWH abbia avuto un progetto fondamentale 
disatteso per l’umanità intera:
che essa non solo crescesse nel numero ma anche nella sua fedeltà e nel suo amore.

L’umanità disobbedendo a questo progetto ha fatto entrare la forza del male nella sua storia:
un male che porta con sé la morte, l’assenza della vita:
“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”(Gn 3,19).

Ma Dio è fedele.
Da quel momento la sua azione sarà
un continuo riproporre all’uomo il ritorno a lui,
con la conseguente uscita da ogni situazione di morte,
affinché l’uomo possa ritrovare e risperimentare  il dono della vita
vincendo la gravitazione negativa dell’abisso della morte.

Ripercorrendo le pagine della Scrittura appare evidente
di come JHWH abbia perseguito fedelmente questo progetto fondamentale:
“Quando Israele era giovinetto io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio…
 Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano…
 Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4).

Così la storia dell’Alleanza,
l’offerta della vita che si concretizza
nel dono della Thorà (=Legge), tra Dio e il suo popolo
è contrassegnata dagli interventi di Dio
al fine di farlo crescere nella libertà e nella responsabilità.
Questi interventi
si manifestano
nella sconfitta delle forze statiche della morte
che rischiano di far naufragare il piano della salvezza:
“Ponete nella vostra mente tutte le parole che io oggi uso come testimonianza contro di voi.
Le prescriverete ai vostri figli, perché cerchino di eseguire tutte le parole di questa legge.
Essa infatti non è una parola senza valore per voi;
anzi è la vostra vita; per questa parola passerete lunghi giorni
sulla terra di cui state per prendere possesso passando il Giordano” (Dt 32,46s)

Ecco così che ad Abramo Dio rivolge l’invito ad uscire dalla sua terra,
dalla staticità dell’adorazione di idoli falsi e morti, ad incamminarsi.
Gli viene proposto un cammino, un itinerario con una meta.

La vita si rivela un compito da portare a termine:
“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo Padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gn 12,1).

Israele schiavo in Egitto fa’ esperienza
di un Dio che irrompe improvviso 
nella rassegnazione della sua situazione di schiavitù
come liberatore,
che lo strappa da una situazione di morte letta
come perdita di speranza,
ripiegamento su di sé.

Israele fa’ esperienza di questa uscita e di un lungo cammino,
faticoso e
sofferto ma
necessario alla sua crescita
affinché egli possa imparare a rispondere all’Alleanza del suo Dio:
“Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso…
Il Signore marciava alla loro testa” (Es 13,18s).

Anche la predicazione dei profeti si situa sempre in questa direzione:
Dio vuole dare la vita al suo popolo, e tramite lui all’umanità intera.
Ad es. Ezechiele di fronte alla tremenda catastrofe del 586, la distruzione di Israele e la deportazione a Babilonia, annuncia al popolo che ormai si crede morto, abbandonato che JHWH ridonerà la vita: “Ecco io apro i vostri sepolcri e vi resuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese di Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi resusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio! Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (37,12-14).

E come non ricordare il grande e tenerissimo racconto nuziale di Ez. 16? JHWH raccoglie con premura materna quella bambina, che raffigura Israele, appena nata, abbandonata nei campi, sporca di sangue e a cui non era ancora stato tagliato il funicolo ombelicale. Era destinata irrimediabilmente alla morte. Ma JHWH la prende con sé, la alleva con cura, la fa’ crescere affinché divenga sua sposa: “Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza” (16,6s).

martedì 18 giugno 2013

ma quando mi hai nascosto il tuo sguardo, la paura mi ha preso


IL DIO DELLA VITA
di p. Attilio Franco Fabris

La Scrittura apre davanti a noi le sue pagine parlandoci di un Dio vivente che chiama alla vita tutte le cose, che progetta l’uomo affinché possa  condividere la sua stessa vita. Dice il Salmo 36: “E’ in te la sorgente della vita”.
Da un capo all’altro la Scrittura è pervasa da un senso profondo della vita in tutte le sue forme.
E l’uomo preso da stupore per la scoperta della vita in se stesso e in tutto ciò che lo circonda, consapevole che esso da un momento all’altro può essere ripreso, persegue e chiede a Dio questo dono con una speranza instancabile:
“Stavo bene e pensavo: «Non corro alcun pericolo».
Tu sei stato buono con me,
mi hai reso stabile come una montagna,
ma quando mi hai nascosto il tuo sguardo, la paura mi ha preso.
 A te, Signore, ho gridato,
a te ho chiesto pietà:
«Se muoio e finisco nella tomba che vantaggio ne avrai?
I morti non possono lodarti,
non proclamano la tua fedeltà.
Ascoltami, Signore, abbi pietà, Signore, vieni in mio aiuto” (Sal 30,7-11).

lunedì 17 giugno 2013

Ora non è più questione di terra o di ghiaia, ma di qualcosa di più profondo, nascosto nella sua vera natura. E’ strano, ma evidentemente questo qualcosa esiste. Ecco perché Cristo può anche affermare: “Io sono la via”…


IL CAMMINO DELL'UOMO
p. Attilio Franco Fabris

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UNA LETTURA

La strada: due possibilità di conoscenza

Durante i miei corsi di meditazione,
per far prendere coscienza che oltre alla conoscenza razionale ce ne sono anche altre,
sono solito proiettare una diapositiva che rappresenta una strada,
e faccia quindi sperimentare, una dopo l’altra,
le due specie di conoscenza 
anzitutto lasciando contemplare a lungo l’immagine,
e poi comincio a far rivivere il primo tipo di conoscenza dicendo:
Con l’intelletto io posso conoscere la strada come realtà esteriore. 
Quindi continuo in modo da avere l’approvazione degli ascoltatori:
la strada è terra battuta con sopra della ghiaia. 
Essa è immobile, a differenza degli animali o delle piante non si muove al vento. 
In se stessa è anche senza rumori. 
Ha sempre la stessa forma; 
non giunge più nessuna curva alle già esistenti. 
E’ passiva, non agisce. 
Durante le mie considerazioni sul suo conto, 
essa mi sta di fronte, separata da me. 
C’è però, un altro modo con cui io posso conoscere la strada e parlare di essa. 
Faccio quindi delle affermazioni
quasi contrarie alle precedenti ricorrendo sempre a dei verbi di azione,
la strada viene da una parte e va in un’altra direzione.
Si apre,
si snoda,
si allunga,
si perde,
finisce.
Mi invita,
mi attira,
mi promette qualcosa,
mi prospetta una meta,
mi porta,
mi conduce.
Mi dischiude il paesaggio,
mi esorta alla fiducia,
mi impedisce di perdermi.
Se è ripida mi stimola;
se è comoda mi invita alla distensione.
La strada mi può salvare,
liberare (la via della fuga).
Osserviamo:
soltanto ora la strada ci si dà a conoscere
nella sua vera natura,
nella sua pienezza.
E’ qualcosa di più di terra battuta.
Devo lasciarla operare in me.
Prima ne ero rimasto lontano,
distaccato,
ora sono in contatto con essa.
E’ in questa fase che iniziano gli sviluppi.
Incontrandosi con me,
la strada si esprime nella sua vera natura,
mi parla,
mi rimette in movimento,
mi chiama in causa.
Non è più soltanto fuori,
ma anche in me;
io non sono più solo in me,
ma ho dilatato il mio interno fino ad essa.
Io la interiorizzo…
Una volta che nell’incontro ne ho compreso la vera essenza,
posso usarla come immagine.
Ecco che parlo di “strada della vita”.
Ora non è più questione di terra o di ghiaia,
ma di qualcosa di più profondo,
nascosto nella sua vera natura.
E’ strano, ma evidentemente questo qualcosa esiste.
Ecco perché Cristo può anche affermare: “Io sono la via”…

Karl Tilmann, Guida alla meditazione, Brescia 1982, pp.37-38

domenica 16 giugno 2013

Che cosa il Signore mi chiede di abbandonare per potermi mettere in cammino



IL CAMMINO DELL'UOMO
p. Attilio Franco Fabris

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SCHEDA DI LAVORO

1. Mi sono poste dinanzi in ogni istante due vie: la via della vita e la via della morte.
-  come intendo queste due espressioni applicate alla mia vita?

2. Nella mia vita mi sono capitate (o mi stanno capitando) occasioni significative in cui mi sono trovato ( o mi trovo) ad un bivio:
- quali? Le nomino.
- ne scelgo una: come ho vissuto ( o come vivo) il trovarmi a decidere?
- cosa ho scelto? Mi sembra di aver aderito ( e di aderire) alla via della vita? Se sì perché?

3. Ad Abramo è stato chiesto di uscire dalla sua patria e di mettersi in cammino, ai discepoli Gesù domanda di lasciare tutto per seguirlo:
- Dio mi mette in cammino: se sì in che modo?
- che cosa sento di aver sinora lasciato?
- che realtà sento  che mi tengono ancora legato e fermo?
- Che cosa il Signore mi chiede di  abbandonare per potermi mettere in cammino (cose, relazioni, affetti, luoghi…)?

sabato 15 giugno 2013

“Trascinami dietro di te, corriamo” (Ct 1,4).


IL CAMMINO DELL'UOMO
p. Attilio Franco Fabris

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LA VITA E’ UNA CORSA

Se l’esistenza umana spesso è paragonata al cammino,
essa si trasforma addirittura in una corsa
quando si vuole esprimere un’obbedienza pressante o una missione urgente:
“Non ritengo la mia vita meritevole di nulla,
purché conduca a termine la mia corsa e il servizio
che mi fu affidato dal Signore Gesù” (At 20,24).

Ma correre può stare ad indicare anche  la gioia di una vita giusta e fedele ai sentieri di Dio:
“Io corro sulla via dei tuoi comandamenti perché tu mi hai dilatato il cuore” (Sal 119,32).
“A coloro che sperano nel Signore spuntano delle ali come aquile: corrono e non sono stanchi” (Is 40,31).

Trasferito nel linguaggio del Cantico dei Cantici
questa tensione di tutta l’esistenza al servizio del Signore
diventa la frenesia della sposa rapita di gioia alla voce dello sposo:
“Trascinami dietro di te, corriamo” (Ct 1,4).

E questo ci rimanda significativamente
alla corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro del Signore il mattino di Pasqua (cfr. Gv 20,4).

In Paolo l’esistenza cristiana questa corsa diventa una gara sportiva
che esige sacrifici e rinunce per riportare la vittoria:
“Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio?
Correte anche voi in modo da conquistarlo!
Però ogni atleta è temperante in tutto, essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile,
noi invece una incorruttibile.
Io dunque corro, ma non come chi è senza meta;
faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria,
anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù
perché non succeda che dopo avere predicato agli altri,
venga io stesso squalificato” (1Cor 9,24-27).

La vita del cristiano è un protendersi verso i beni futuri sperati nella fede:
“Dimentico della via percorsa, proiettato con tutto il mio essere in avanti,
io corro diritto verso la meta per riportare il premio della celeste chiamata di Dio in Cristo Gesù” (Fil 3,12).

Quale gioia per il credente poter dire come Paolo al termine del suo cammino:
Ho combattuto sino alla fine la buona battaglia,
ho terminato la corsa,
ho conservato la fede (2 Tm 4,7).


venerdì 14 giugno 2013

i discepoli hanno coscienza di aver trovato la vera strada che fino allora non era manifesta, che essa non è più la Legge ma Cristo stesso


IL CAMMINO DELL'UOMO
p. Attilio Franco Fabris

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CRISTO VIA VIVENTE

Il ritorno dall’esilio è ancora soltanto una immagine della realtà definitiva.

Questa è annunziata dal Battista con gli stessi termini di Isaia:
“Preparate la via del Signore”.

Gesù inaugura un nuovo esodo che porta effettivamente al riposo di Dio (cfr Ebr 4,8s).
Egli chiama gli uomini a seguirlo:
“Seguitemi…” (Mt 4,19).

La trasfigurazione illumina per un istante la strada di Gesù e del discepolo,
prima di iniziare il cammino tortuoso e doloroso della passione. L’ingresso nella gloria non può avvenire se non per la via della croce:: “Se qualcuno vuol venire dietro a me prenda la sua croce…”(Lc 9,23s).

Luca contempla Gesù che si pone risolutamente in cammino verso Gerusalemme, ascesa al cui termine è il suo sacrificio.

E’ un sacrificio che ci apre una nuova strada:
mediante il sangue di Cristo
noi abbiamo ormai accesso al vero santuario;
attraverso la sua carne
Gesù ha inaugurato per noi una via nuova e vivente:
“Avendo dunque, o fratelli, la confidenza di entrare nel santuario, nel sangue di Gesù, via che egli ha inaugurata per noi nuova e vivente attraverso il velo, cioè la sua carne” (Ebr 10,19s).

Negli Atti degli Apostoli il cristianesimo nascente è chiamato “la via”.
Di fatto i discepoli hanno coscienza
di aver trovato la vera strada
che fino allora non era manifesta,
che essa non è più la Legge
ma Cristo stesso:
“Io sono la via”( Gv 14,6).
In lui avviene la vera pasqua e il vero esodo.

In lui dobbiamo camminare:
“Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto” (Col 2,6).





giovedì 13 giugno 2013

continuare a camminare nelle vie del Signore


IL CAMMINO DELL'UOMO
p. Attilio Franco Fabris

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LA THORAH

Giunto alla terra promessa Israele deve nondimeno continuare a camminare nelle vie del Signore (cfr. Sal 128,1).
Nel dono della Legge Dio ha rivelato al suo popolo “tutta la via della conoscenza”.
Occorre che egli “cammini nella legge del Signore” (Sal 119)
per mantenersi nella sua alleanza ed avanzare verso la luce, la pace e la vita.

La dimenticanza e la disobbedienza al dono della legge porta Israele alla catastrofe.
Egli dovrà essere condotto in esilio,
su una strada che va esattamente a ritroso dell’esodo.

Ma i profeti ricordano al popolo deportato che
Dio è fedele e non si arrende di fronte al peccato;
la sua alleanza non può venir meno,
bisogna perciò “preparare nel deserto una strada per JHWH” (Is 40,3)
perché Israele torni nuovamente salvato
e liberato alla terra promessa ai padri.


mercoledì 12 giugno 2013

l’atteggiamento più importante da parte dell’uomo sarà il riconoscere le strade di Dio e seguirle

IL CAMMINO DELL'UOMO
p. Attilio Franco Fabris

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LE VIE DI DIO

Abramo si è messo in cammino all’appello di Dio:
“Il Signore disse ad Abram: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” (Gn 12,1).

Con questa chiamata fatta al padre dei credenti incomincia un grande cammino, durante il quale l’atteggiamento più importante da parte dell’uomo 
sarà 
il riconoscere le strade di Dio e seguirle.

Queste “vie” a volte appaiono sconcertanti:
“Le mie vie non sono le vostre vie” (Is 55,8) dice il Signore che però assicura il loro esito di pienezza di vita.

Di questo cammino l’esodo è l’esempio privilegiato.
Durante questo tempo Israele sperimentò che cosa significa
“camminare con il suo Dio” (Mi 6,8)
ed entrare nella sua alleanza.

Dio stesso
si mette alla testa del suo popolo
per aprirgli la strada verso la vita e la libertà,
e la sua presenza è nube di giorno
e fuoco di notte (cfr Es 13,21).

Il mare simbolo di morte, dell’abisso del caos, non può arrestare il cammino di Dio liberatore:
“Sul mare fu la tua via, il tuo sentiero sulle acque innumerevoli” (Sal 77,20),
cosicché Israele può  sfuggire al giogo di morte degli egiziani ed essere liberato.

Poi c’è la marcia nel deserto:
“Dio quando uscivi davanti al tuo popolo quando camminavi per il deserto”(Sal 68,8).
Dio vi combatte per il suo popolo e lo sostiene come un uomo sostiene il proprio figlio;
gli procura il necessario sostentamento e veglia perché nulla gli manchi.

Ma Dio interviene pure per punire Israele delle sue mancanze di fede.
Il cammino con Dio in effetti è difficile.
Il cammino del deserto è cammino di prova.
Perciò la via di Dio è divenuta lunga e sinuosa. “Per quarant’anni…”.

Ma essa non manca di giungere a compimento:
Dio conduce il suo popolo al riposo, alla terra dove scorre “latte e miele”.

Viene rivelato con ciò come sempre “i sentieri di JHWH sono amore e verità” (Sal 25,10).

Il ricordo del cammino dell’esodo sarà ravvivato ogni anno a Pasqua e nella Festa delle Capanne.
I pellegrinaggi a Gerusalemme contribuiscono a fissare la nozione di “via sacra” che porta a contemplare il volto di Dio.


martedì 11 giugno 2013

Tra queste due vie l’uomo è libero di scegliere ed ha la responsabilità della sua scelta


 IL CAMMINO DI DIO E DELL’UOMO

p. Attilio Franco Fabris

L’uomo “biblico” è un nomade. Nella sua esistenza i concetti di strada, via, sentiero, cammino hanno un valore fondamentale. Con tutta naturalezza egli si serve di questo vocabolario per parlare della sua esperienza umana, morale e religiosa: “Beato il popolo che cammina alla luce del tuo volto”(Sal 89,16);  “Siano diritte le mie vie nel custodire i tuoi precetti”(Sal 119,5).

All’epoca del giudaismo la dottrina delle “due vie” riassume la condotta che gli uomini possono scegliere. Esistono infatti due modi di comportarsi, due diversi cammini: uno buono e l’altro cattivo: “La strada dei giusti è come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio.
  La strada degli empi è come l’oscurità: non sanno dove saranno spinti a cadere” (Pr 4,18s).

La via della virtù  è dunque strada diritta e perfetta (cfr. 1Sam 12,23)
e consiste
nel praticare la giustizia, 
nel praticare la verità, 
nel ricercare la pace.
Tutti gli scritti sapienziali proclamano che questa è la via della vita;
essa assicura
lunghezza e
prosperità di esistenza:
“Per l’uomo assennato la strada della vita è verso l’alto;
  per salvarlo dagli inferi che sono in basso” (Pr 15,24).

La via cattiva invece è tortuosa, 
è quella scelta
dagli insensati,
dai peccatori,
dai malvagi.
Essa porta alla perdizione:
“La via degli empi andrà in rovina” (Sal 1,6), e alla morte:
“Nella strada della giustizia è la vita, il sentiero dei perversi conduce alla morte” (Pr 12,28).

Tra queste due vie l’uomo è libero di scegliere ed ha la responsabilità della sua scelta:
“Vedi io pongo oggi davanti a te
la vita e il bene,
la morte e il male;
poiché io oggi ti comando
di amare il Signore tuo Dio,
di camminare per le sue vie,
di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme,
perché tu viva e ti moltiplichi
e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso.
Ma se il tuo cuore si volge indietro e
se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrati davanti ad altri dei e a servirli,
io vi dichiaro oggi
che certo perirete,
che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano…
Io ti ho posto davanti
la vita e la morte,
la benedizione e la maledizione;
scegli dunque la vita,
perché viva tu e la tua discendenza,
amando il Signore tuo Dio,
obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui,
poiché è lui la tua vita e la tua longevità” (Dt 30,15-20).

Anche Gesù segnala l’angustia del sentiero che conduce alla vita, e l’esiguo numero di coloro che l’imboccano; mentre la maggioranza segue la via larga che conduce alla morte: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano” (Mt 7,13s).

lunedì 10 giugno 2013

vogliamo prendere coscienza che di fronte alla vita... non possiamo assumere atteggiamenti errati


L’uomo: viator e peregrinus
di p. Attilio Franco Fabris

Ma la rivelazione biblica si parla di un Dio personale e creatore,
che intesse un dialogo con l’uomo.
Un Dio che ha dato un inizio alla storia e al quale questa appartiene.
Con la rivelazione nasce il concetto di storia
come luogo teologico,
in cui si intesse un rapporto,
una storia di alleanza
che apre la storia continuamente al futuro di Dio,
impedendo al credente di ricadere
sia in una visione ciclica della storia stessa,
come nel suo svuotamento di significato.

La nostra società umana e ciascuno di noi
si colloca in un punto preciso del tempo,
con una tensione aperta a diverse possibilità.

Ci vediamo situati in una tensione
tra un passato già realizzato
e un futuro sempre aperto.

Siamo certi che è possibile intervenire
nel divenire storico
attraverso le nostre decisioni,
il nostro lavoro e la nostra testimoniaza fattiva di credenti.

Siamo altresì consapevoli
che il nostro cammino deve essere assunto
come compito da svolgere responsabilmente
sia verso se stessi
ma anche verso gli altri.
Non è indifferenti che io porti o no a compimento il mio viaggio:
esso non sarà compiuto da nessun altro.
Esso è rimarrà unico.

Per ciascuno il presente è l’aspetto predominante,
l’unico realmente posseduto.
Un presente però che si estende
sia nelle radici del passato
come nella progettualità del futuro.
Il passato è passato
in quanto rimane nel presente come “memoria”,
fondamento del mio attuale esistere.
Il futuro appare futuro
perché già ora,
nel presente è anticipato
come appello, compito, progetto di crescita.
L’uomo è soggetto di speranza.

Si tratta dunque di un presente
teso dinamicamente tra passato e futuro.
Se ciò non fosse sarebbe ridotto
ad un semplice istante sospeso
nel vuoto, nel nulla.

Con queste considerazioni
vogliamo prendere coscienza che di fronte alla vita,
a questo nuovo millennio che ci si apre dinanzi,
non possiamo assumere atteggiamenti errati.

Essi potrebbero essere sintetizzati così:
-          il fatalismo e la rassegnazione:
è una forte tentazione in questa fase storica di passaggio in cui
ci  sembra  spesso di brancolare del buio.
-          L’alibi:
il cercare giustificazioni
per non assumersi la resposabilità del proprio e altrui cammino
-          Il ripiegamento
sull’istante privo di “memoria” e di “speranza”, e di progettualità.

domenica 9 giugno 2013

Per la storia rimaneva uno sguardo di commiserazione e rassegnazione: una povera valle di lacrime dalla quale occorre sfuggire al più presto.

L’uomo: viator e peregrinus
di p. Attilio Franco Fabris

Se guardiamo alle civiltà arcaiche
(all’antica Grecia per esempio o anche alle filosofie orientali)
restiamo colpiti dal fatto
che il tempo è svuotato in un certo senso di rilevanza.
In esse è viva l’angoscia della vita che sfugge
sia a livello di individuo come di cosmo…
occorre sfuggirvi ad ogni costo.
Lo strumento è la visione mitica di un tempo ciclico,
ovvero di un eterno ritorno e incessabile ripetersi delle cose:
e questo rende possibile il recupero di tutto
ciò che sembra vada irrimediabilmente perduto.
Forse il viaggio di Ulisse ne è l’emblema più significativo.

Ovvio che per far questo sia indispensabile sganciarsi
dal valore della continuità degli eventi quotidiani;
essi assumono significato solo alla luce di un proiettarsi al di là di essi,
in un tempo mitico che solo è reale.

Sulla stessa linea,
ma con motivazioni diverse,
le filosofie dei secoli passati,
tralasciando l’insegnamento biblico,
posero l’accento e l’attenzione sugli aspetti immutabili dell’uomo:
ovvero sulla sua essenza, sulla sua natura, sulla sua anima.
La sua storicità passava in second’ordine.
Non interessava più di tanto perché ciò che è più vero
e più importante è ciò che è al di là del tempo,
ciò che è eterno.

Per la storia rimaneva uno sguardo di commiserazione e rassegnazione:
una povera valle di lacrime dalla quale occorre sfuggire al più presto.

La filosofia esistenzialista porterà al centro proprio l’uomo,
in questo figlia del rinascimento e dell’illuminismo,
nel suo collocarsi nel mondo e nella storia.
L’esistenza appare come un “cammino”, un “compito da assolvere”.
Si è compreso, reagendo alla visione precedente che guardava all’essenza e all’eterno,
che l’esistenza umana è esistenza temporale,
che non si realizza in un solo momento,
ma in una continua successione di tempi,
strettamente vincolati tra loro.
Ed è così che si approda ad una visione di uomo “adulto”,
trasformato dalla storia che vive
ma altresì capace di trasformare la storia stessa.

In questa linea nuove correnti filosofiche accentueranno
che ormai l’unico protagonista della storia
è l’uomo e solo lui.
(Si pensi al marxismo, alle correnti storicistiche, ad autori esistenzialisti come J.P. Sartre).
Per essi:
“L’uomo sarà in seguito, e sarà quale si sarà fatto… l’uomo non è altro che ciò che si fa”.

Uno sguardo alla nostra cultura rivela un ulteriore accostamento alla storia.

L’uomo di oggi ha scelto di rinunciare alla storia
per ripiegarsi sull’istante.
Il momento attuale va vissuto con la massima intensità (di piacere) possibile.
La nostra cultura vede la ricerca affannosa, angosciata
di una moltiplicazione di istanti,
che vorrebbero tentare di riempire il vuoto
lasciato da una mancata progettualità,
e da una mancanza “di memoria” per il proprio passato.
Disancorato dal passato e dal futuro l’uomo di oggi
si ritrova sospeso sull’istante,
ma sospeso sul vuoto.
E nessuno è più perso di colui che non sa dove andare.

sabato 8 giugno 2013

occorre una vita per costruire l’uomo e … non basta


L’uomo: viator e peregrinus
di p. Attilio Franco Fabris

Il cammino della vita e della storia suggerisce
il progredire, il crescere.
Dunque il cammino presuppone la durata nel tempo,
la pazienza,
l’accettazione dell’inevitabile fatica e del rischio,
il ravvivare in noi la consapevolezza del cammino stesso e della meta da raggiungere,
onde evitare il rischio di percorrere la strada in modo distratto,
superficiale e in fin dei conti insensato e inconsapevole.

Senza durata non vi è vita né storia,
non vi è crescita.
E l’uomo non si trova già bell’e fatto all’inizio,
quando esce dal grembo della madre,
esso si costruisce giorno per giorno, epoca per epoca:
occorre una vita per costruire l’uomo e … non basta!

L’esistenza dell’uomo (e come individuo e come società)
ha bisogno perciò della storia.
Solo l’uomo è capace di storia
(Heidegger parlerà di geschicthe: storia vivente).

Ma questo dato di fatto forse ovvio per noi
non bisogna darlo poi per scontato:
esso è il frutto,
possiamo affermarlo a pieno diritto,
di una rivelazione.

venerdì 7 giugno 2013

Quale significato dare all’ineffarrabile scorrere del tempo e della vita? Si tratta di darvi un significato.


L’uomo: viator e peregrinus
di p. Attilio Franco Fabris

L’uomo dunque immagina,
simbolizza se stesso,
come un essere in cammino.
Ma verso dove?
Quale significato dare all’ineffarrabile scorrere
del tempo e della vita?
Si tratta di darvi un significato.

Certamente si vuol camminare verso
la pienezza della vita e della gioia.
Tutto l’uomo è teso a questa meta
anche se sullo sfondo si delinea l’orizzonte del fiume Lete
con la barca di Caronte pronta a far transitare,
per l’ultimo viaggio,
l’anima nel luogo dell’oblio dato dal non tempo.

Ma dentro di sé la nostalgia del desiderio di vita e di gioia permane,
non si può soffocare:
“esule o pellegrino,
in fuga o in marcia,
l’uomo è spinto da una nostalgia struggente.
Un disagio lo rende inquieto;
"un dolore lo porta 
a tornare 
alla sua vera casa. 
In nessun luogo 
trova 
la patria stabile del suo desiderio. 
Per questo è 
essenzialmente 
un camminatore” 
(S. Fausti).


giovedì 6 giugno 2013

questa “drammaticità” del tempo che scorre che colloca l’uomo sempre in posizione nuova nei confronti del suo passato e del suo futuro.


L’uomo: viator e peregrinus
di p. Attilio Franco Fabris

Il poeta G. Gibran,
nel suo libro più famoso intitolato,
Il Profeta
scrive:
"Noi gli erranti 
sempre alla ricerca 
della strada più solitaria, 
mai iniziamo un giorno 
là dove 
ne abbiamo terminato un altro, 
ed ogni levare di sole 
non ci trova 
là dove 
abbiamo ammirato la luce del vespro. 
Anche quando 
la terra dorme 
viaggiamo”.

L’uomo è presentato 
come un pellegrino , 
un pellegrino del tempo. 
Un tempo inarrestabile, 
che scorre senza che 
possa essere afferrato mai, 
l’uomo non ne è il padrone.

Ma è proprio
questa “drammaticità” del tempo
che scorre
che colloca l’uomo
sempre in posizione nuova
nei confronti del suo passato e del suo futuro.
E’ il tempo che permette un cammino,
un progresso,
una crescita,
una progettualità.

Il camminare perciò è stato assunto nelle diverse culture
come una simbolica primaria per esprimere
lo scorrere del tempo e della vita.
Basti pensare a tutta la simbologia legata
al viaggio, al pellegrinaggio, alla salita, alla traversata…
Bene perciò il filosofo G. Marcel
definisce l’uomo come
viator,
viaggiatore.


lunedì 3 giugno 2013

”Via” è chiamata la vita, poiché ciascun uomo cammina verso una meta.


SIAMO VIANDANTI SULLA VIA DELLA VITA
di p. attilio franco fabris

Come credente la tua fede si basa su un Dio
che con la sua creazione ha dato inizio
ad una storia, 
che non è una storia ciclica,
condannata ad un eterno ripetersi (il mito dell’eterno ritorno di Ulisse),
ma una storia, come quella lineare di Abramo,
che ha in Lui un avvio e una meta.

Ti sentirai dunque viandante
come Abramo verso la terra promessa,
come Israele nel deserto,
come Gesù nel cammino verso Gerusalemme,
come la Chiesa verso il Regno.

“ ”Via” è chiamata la vita,
poiché ciascun uomo cammina verso una meta.
Come coloro che durante la navigazione
dormono o sono condotti spontaneamente dal vento in porto,
anche se non se ne accorgono,
(perché la corrente li spinge al compimento del loro viaggio),
così anche noi, mentre il tempo della nostra vita scorre,
ci affrettiamo, ciascuno verso il proprio fine,
con il corso insensibile della nostra vita,
come un movimento continuo e inesausto.
Ad esempio, dormi e il tempo ti passa inosservato;
vegli e sei irrequieto.
Tuttavia, la via si consuma,
anche se sfugge alla nostra percezione.
Tutti noi uomini, dunque,
corriamo una sorta di corsa,
ciascuno affrettandoci verso il nostro fine.
Perciò siamo in via.
Così potresti intendere il significato di “via”.
In questa via sei un viandante.
Tutto tu oltrepassi,
tutto resta dietro di te.
Hai visto sulla strada un germoglio o dell’erba, o dell’acqua
o qualunque altra cosa degna di essere osservata.
Ne hai goduto un attimo, sei passato oltre”
(Basilio, Om. sul Sal.1).

domenica 2 giugno 2013

In questi giorni mi sembra importante il risvegliare in te la coscienza di essere persona in cammino, il saperti interrogare, e lasciare che la vita stessa ti interroghi.


SIAMO VIANDANTI SULLA VIA DELLA VITA
di p. attilio franco fabris

A tutti il cammino della vita chiede di gettare qualcosa
e un giorno tutto.
E allora il metterti ogni giorno in cammino,
il ricominciare a gettare
quella semente diviene un atto di speranza
nella possibilità di  tornare un giorno nella gioia carichi di frutti insperati.

Il porsi  in  cammino comporta l’accettazione della sfida del cambiamento;
in un viaggio tante cose cambiano,
imprevisti, incontri, contrattempi, ritardi…:
e questo accettare il cambiamento è faticoso,
talvolta sofferto perché significa
l’abbandonare  una realtà posseduta
per una ricercata e creduta nella speranza.

In questi giorni mi sembra importante
il risvegliare in te la coscienza di essere persona in cammino,
il saperti interrogare,
e lasciare che la vita stessa ti interroghi.
A livello personale il porti delle precise domande:
in questo cammino della mia vita dove mi trovo?
Lascia che il Dio della vita ti interroghi:
Dove ti trovi?
E’ la domanda che JHWH rivolge ad Adamo nascosto:
“Dove sei?”.

E’ dalla conoscenza del “dove mi trovo”
che scopro una via,
quella già percorsa e quella ancora da percorrere:
il cammino della mia vita.

Si tratta cioè di non lasciarti vivere,
ma di imparare con umiltà e pazienza a rivedere
e a riprendere in mano la tua storia,
a ripossedere questo tempo che ti è stato dato in dono.

sabato 1 giugno 2013

talvolta è faticoso e talvolta doloroso, il cammino appare così misero, così sofferto, annoiato


SIAMO VIANDANTI SULLA VIA DELLA VITA
di p. attilio franco fabris

La vita: un cammino, un viaggio, una ricerca…
Sono tante le simbologie adottate per dire una verità sola fondamentale:
nella vita vi ci siamo trovati.
E la vita stessa ci chiede di essere vissuta
sino in fondo
con tutta la sua fatica, i suoi rischi, la sua conclusione.
E’ la vita stessa a porci in cammino.

Vi può essere
il desiderio, la paura, le reticenze,
l’entusiasmo di questo porsi in viaggio…
“Ricominciare ogni giorno come fosse il primo”
direbbero i padri del deserto.

Ciò talvolta è faticoso e talvolta doloroso,
il cammino appare così misero,
così sofferto, annoiato.
Il mettersi in viaggio ti richiede di abbandonare tante cose
che vorresti portare con te ma non puoi:
“Nell’andare se ne va e piange
portando la semente da gettare,
ma nel tornare viene con giubilo
portando i suoi covoni” (Sl 126,6).
E’ spesso fai l’esperienza di  “portare” solo “semente da gettare”,
ovvero di vivere,
giorno dopo giorno,
in perdita,
senza nessun conforto e sicurezza.