giovedì 19 settembre 2013

Il principio della vita spirituale è non far la pace col male ed è l’unico modo poi di vivere in pace. Perché il male ti fa male, ti toglie la pace.


Esercizi Spirituali Ignaziani
p. Silvano Fausti

L’esame particolare

L’esame particolare comprende tre tempi e due esami.
_ Il primo tempo consiste nel fatto che la mattina appena alzato mi propongo di guardarmi con impegno da quel determinato peccato o difetto che voglio correggere o evitare. Io ho già determinato un peccato o un difetto.
Quale difetto?
Evidentemente sono infiniti i difetti o i peccati, devo prendere di mira quello che mi accorgo che
più mi impedisce di camminare in quel momento, oppure quello che so che in quella situazione può impedirmi di fare ciò che dovrei fare. Supponi che vado a una riunione pastorale e so che c’è lì una testa che non capisce niente e che interviene e io lo sbranerei, ecco allora oggi che ho la riunione pastorale terrò presente questa cosa. Comunque ciò che è importante riguardo il peccato o i difetti è che sono determinati, cioè non devo sparare nel mucchio ma devo determinarne uno, non di più. Non si possono inseguire due lepri. Quello è da correggere o da emendare.
Il principio della vita spirituale è non far la pace col male ed è l’unico modo poi di vivere in pace. Perché il male ti fa male, ti toglie la pace.
_ E poi cosa faccio? Dopo pranzo, nel secondo tempo, (una volta pranzavano alle dieci del mattino, adesso  si fa prima di pranzo), chiedo a Dio nostro Signore ciò che voglio, cioè la grazia di ricordarmi quante volte sono caduto in quel determinato difetto e peccato. Quindi il prender coscienza, “il prendere coscienza di spalle”, cioè dopo che è avvenuto, però siccome te lo sei ricordato prima e te lo richiami dopo, un po’ alla volta ti accorgi che cominci a ricordartelo mentre ci cadi.  Un  po’ alla volta  cominci a ricordarti prima di cadere che quello è male e non ne vale proprio la pena. In quel momento è già vinto.
Quindi è questa coscienza che prendi dopo fino a quando non diventa concomitante, fino a quando  non  diventa precedente l’atto stesso. E lo fai senza fatica perché se prendi coscienza che è male, il male lo fai sempre perché lo ritieni bene, almeno in quel momento. Poi ti accorgi che non lo era, allora cominci a prendere la coscienza conseguente. Un po’ alla volta cominci ad averla concomitante e precedente. Se io so che è male arrabbiarmi e mi sto per arrabbiare, in quel momento mi metto anche a ridere, pensando a quanto è buffo e come poi mi dispiace di averlo fatto, so che mi accorgo sempre dopo.
_ Quindi quest’esame di coscienza punta su questi tre momenti, uno è al mattino, prima della giornata, uno a mezza giornata durante l’esame di coscienza, in cui vedo quante volte.., e uno la sera, il terzo tempo, in cui mi chiedo conto; col passar del tempo questa presa di coscienza, che viene a posteriore, diventa una presa di coscienza virtuale. Già al mattino determinandomi di vigilare su quel punto, la mia coscienza diventa vigile  e allora sto attento, per cui comincio anche ad avere un campo di coscienza diverso. Cioè  inizio a esercitare la vigilanza, è come uno che sta sveglio di notte perché fa la sentinella e dice: di là c’è il nemico, e allora sta lì attento, intanto sente anche tutti gli altri rumori della notte perché comincia a vigilare, quindi cominci a darti una coscienza vigile anche su tutto il resto. Cominci a essere un uomo che vive di coscienza, che non è più incosciente di ciò che fa. Pur vigilando su un punto e pur stando sempre magari sconfitto su quel punto. E comunque, prescindendo dal risultato che puoi ottenere su quel punto, cosa capita con questo? Che il male che fai non è più il luogo dell’abbattimento quando ne prendi coscienza, ma è il luogo dell’incontro col perdono di Dio. Quindi il tuo stesso male, il tuo stesso peccato diventa luogo
di progresso ed incontro con Dio, non invece di chiusura o di abbattimento o di autogiustificazione. Prescindendo dai risultati, se quel peccato lo togli o no. Quindi stranamente il mio male, che non
è più né rimosso né represso, ma di cui prendo coscienza come male, diventa il mio luogo privilegiato di comunione con Dio. Diventa il luogo del perdono. Il male diventa il luogo principale del cammino spirituale. E d’altronde è proprio lì che cammino. Diventa il luogo di solidarietà con Dio, capisco che il Signore è morto per me.

E più continuo in questa pratica di presa di coscienza del male, più mi trovo simile a tutti gli altri, con tutti i peccati, con tutti i vizi capitali, la superbia, accidia, lussuria, invidia, ira, ecc. mi sento
sempre più solidale con tutti gli altri, più uguale a tutti gli altri, sempre più uomo. Quindi sempre più humus, sempre più umile, sempre più vero, però non sfiduciato perché proprio questo male è
il luogo della salvezza. E poi vi accorgerete proprio che progressivamente quegli aspetti negativi che avete preso di mira anche scompaiono perché appunto il male lo fai credendo che sia bene, almeno in quel momento. Quando progressivamente prendi coscienza del male come male e te ne dissoci, ne vieni progressivamente liberato. Ora questo lo dobbiamo fare non per cercare di essere perfetti, in senso negativo, ma semplicemente proprio per essere ciò che siamo, cioè figli di Dio, ed eliminare quel male che fa male a noi e soprattutto agli altri. Infatti per noi preti soprattutto è utile prendere di mira quegli aspetti negativi che possono nuocere nel ministero, quindi posso fare realmente del male agli altri; la nostra durezza, le nostre impennate ecco, possono nuocere moltissimo, e allora non devo dire  “son fatto così”, non è vero, siamo tutti fatti uguali, con tutti i vizi capitali e anche il contrario di quelli se ci sono.
   I tre tempi sono chiari: il primo tempo è al mattino in cui sveglio la coscienza e la accendo in fondo perché si è abituali in ogni azione, poi prendo coscienza nel dopo pranzo e così la sera.
E poi Ignazio mette quattro addizioni che possono aiutare.
_ La prima è che quando la persona cade in quel determinato peccato o difetto, ponga la mano sul petto dispiacendosi di essere caduta, ciò lo può fare anche in presenza di molti senza che se ne accorgano, cioè cominciare a prendere coscienza del fatto mentre lo fai, più o meno. Ed è interessante anche la partecipazione del corpo, non è banale, è un accorgimento psicologico
molto fine.
_ Dopo dà  anche  il suggerimento di segnarli.  Sant’Ignazio in questo è una persona veramente metodica. Nel testo originale ci sono righe più lunghe all’inizio e più corte alla fine, perché si suppone che dopo una settimana sia diminuito.  È quasi una sfida grafica con se stessi,  ed
effettivamente è anche vero.
  Direi che questo semplice strumento è lo strumento unico che abbiamo di ascesi, è estremamente liberante, ed è da insegnare a tutti perché ognuno deve lavorare su di sé. Nessuno deve dire “son fatto così” e abbandonarsi a ciò che è di istinto, ma ognuno deve porsi al suo punto di partenza e togliere il  negativo perché così gli altri possono vivere con lui e perché lui stesso possa vivere da figlio di Dio.
Questo aspetto dell’ascesi è quasi passato in secondo ordine anche nella vita spirituale, invece è importante se no non c’è progresso, c’è solo autogiustificazione.  Una vita spirituale di preghiera che non arriva ad incidere su una vita concreta è una menzogna, è un pio solletico dell’anima a se stessi, ma la vita non cambia. E invece no, deve incidere nella vita e questa è una forma di preghiera, è la prima forma di preghiera da insegnare, ed è una preghiera che impegna la vita come gli esercizi spirituali. Non sono una pia elevazione dell’anima ma sono un compiere la volontà di Dio nella vita concreta. E la volontà di Dio è che io non faccia il male perché mi fa male. È che io viva nella coscienza del male come luogo d’incontro con Dio che perdona e come luogo di solidarietà coi
fratelli che sono come me; e quindi il male stesso di cui la mia vita è impastata e che mi fa problema, diventa il luogo stesso della salvezza , non il luogo della sconfitta o dell’autogiustificazione.
Questo basta per riprendere in mano questo strumento che, ritengo, non c’è n’è uno più importante, è l’unico strumento serio di cambiamento che abbiamo ed è molto elementare.

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