Emmaus
Pochi brani del Vangelo corrispondono così bene alla sensibilità dei cristiani del nostro tempo come il racconto dei pellegrini di Emmaus.
Camminavano, tutti e due col viso abbattuto, la sera della festa di Pasqua.
Evocavano la figura di Gesù, il crocifisso dell'antivigilia, nel quale essi avevano riposto tutte le loro speranze.
"Speravamo che fosse lui a liberare Israele".
Quand'ecco che uno sconosciuto si incammina con loro, li ascolta e si informa di ciò che li preoccupa.
E mentre egli interpreta loro le Scritture,
la luce irrompe dal fondo della loro tristezza.
La disperazione si dissipa,
il coraggio ritorna.
E, senza rendersene conto,
trovano presso questo sconosciuto un conforto stupefacente.
"Resta con noi, perché si fa sera".
Poi, nel momento in cui riconoscono Gesù nel gesto dello spezzare il pane, quello scompare davanti ai loro occhi...
Mons. CHARLES
martedì 6 maggio 2014
lunedì 5 maggio 2014
Il cuore riscaldato e riaperto dal segno della Parola spiegata implora il viatico di un segno più intimo, quello del pane spezzato.
L'inizio del cammino è un allontanarsi dal Crocifisso.
La crisi della croce sembra aver seppellito ogni speranza.
Colui che l'ha fatta nascere, l'ha portata con sé nella tomba.
Non bastano voci di donne per farla rinascere.
Gesù raggiunge i due subito a questo inizio
e chiede di spartire con loro domande e scandalo.
Ecco la prima tappa, quella del problema posto ad ogni persona dall'evento Gesù, il Crocifisso.
L'appello di Cristo ci raggiunge sulla strada della nostra fede incompiuta e della sua domanda.
Gesù non arriva di faccia, ma da dietro, come dice il testo greco, e cammina a fianco, da forestiero.
Il passaggio al riconoscimento ha bisogno della spiegazione delle Scritture.
Solo il Risorto ne è l'interprete adeguato.
Il cuore riscaldato e riaperto dal segno della Parola spiegata implora il viatico di un segno più intimo, quello del pane spezzato.
Gesù, però, sparisce.
La Chiesa non può trattenere Gesù nella visibilità storica di prima.
Deve sapere e credere che egli è vivo con lei e la vivifica nell'Eucaristia.
I discepoli capiscono e tornano a Gerusalemme per condividere con gli apostoli la testimonianza.
Emmaus è un capolavoro di dialogo confortante.
Emmaus assicura tutti che, quando ascoltano la Scrittura nella liturgia della Parola e partecipano allo spezzare del pane nella liturgia eucaristica, sono realmente incontrati da Cristo e ritrovano fede e speranza.
Francesca Favero e Roberto Zago.
liturgiadellaparola@libero.it
La crisi della croce sembra aver seppellito ogni speranza.
Colui che l'ha fatta nascere, l'ha portata con sé nella tomba.
Non bastano voci di donne per farla rinascere.
Gesù raggiunge i due subito a questo inizio
e chiede di spartire con loro domande e scandalo.
Ecco la prima tappa, quella del problema posto ad ogni persona dall'evento Gesù, il Crocifisso.
L'appello di Cristo ci raggiunge sulla strada della nostra fede incompiuta e della sua domanda.
Gesù non arriva di faccia, ma da dietro, come dice il testo greco, e cammina a fianco, da forestiero.
Il passaggio al riconoscimento ha bisogno della spiegazione delle Scritture.
Solo il Risorto ne è l'interprete adeguato.
Il cuore riscaldato e riaperto dal segno della Parola spiegata implora il viatico di un segno più intimo, quello del pane spezzato.
Gesù, però, sparisce.
La Chiesa non può trattenere Gesù nella visibilità storica di prima.
Deve sapere e credere che egli è vivo con lei e la vivifica nell'Eucaristia.
I discepoli capiscono e tornano a Gerusalemme per condividere con gli apostoli la testimonianza.
Emmaus è un capolavoro di dialogo confortante.
Emmaus assicura tutti che, quando ascoltano la Scrittura nella liturgia della Parola e partecipano allo spezzare del pane nella liturgia eucaristica, sono realmente incontrati da Cristo e ritrovano fede e speranza.
Francesca Favero e Roberto Zago.
liturgiadellaparola@libero.it
domenica 4 maggio 2014
Con Dio succede questa cosa controcorrente: non accetta che ci arrendiamo, Dio non permette che abbandoniamo il campo.
Gesù non chiede,offre tutto di sé
Ermes Ronchi
Ed ecco, in quello stesso giorno (il primo della settimana) due dei (discepoli) erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (...)
La strada da Gerusalemme a Emmaus è metafora delle nostre vite, racconta sogni in cui avevamo tanto investito e che hanno fatto naufragio, bandiere ammainate alle prime delusioni. I due discepoli abbandonano la città di Dio per il loro villaggio, escono dalla grande storia e rientrano nella normalità del quotidiano. Tutto finito, si chiude, si torna a casa. Ed ecco Gesù si avvicinò e camminava con loro. Se ne stanno andando e lui li raggiunge.
Con Dio succede questa cosa controcorrente: non accetta che ci arrendiamo, Dio non permette che abbandoniamo il campo.
Con Dio c'è sempre un dopo.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, invece... nella loro idea il Messia non poteva morire sconfitto, il Messia doveva trionfare sui nemici. Non hanno capito e lui riprende a spiegare. E interpretando le scritture, mostrava che il Cristo doveva patire. Fa comprendere quella che è da sempre l'essenza del cristianesimo: la Croce non è un incidente, ma la pienezza dell'amore. I due camminatori ascoltano e scoprono una verità immensa: c'è la mano di Dio posata là dove sembra impossibile, proprio là dove sembrava assurdo, sulla croce. Così nascosta da sembrare assente, sta tessendo il filo d'oro della tela del mondo. Forse, più la mano di Dio è nascosta più è potente. E il primo miracolo si compie già lungo la strada: non ci bruciava forse il cuore mentre ci spiegava le Scritture? Trasmettere la fede non è consegnare delle nozioni di catechismo, ma accendere cuori, contagiare di calore e di passione chi ascolta. E dal cuore acceso dei due pellegrini escono parole che sono rimaste tra le più belle che sappiamo: resta con noi, Signore, rimani con noi, perché si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e nell'eternità. No, lui non se n'è mai andato. Lo riconobbero per il suo gesto inconfondibile: spezzare il pane e darlo. Lui che non ha mai spezzato nessuno, spezza se stesso. Lui che non chiede nulla, offre tutto di sé. E proprio in quel momento scompare. Il Vangelo dice letteralmente: divenne invisibile. Non se n'è andato altrove, è diventato invisibile, ma è lì con loro. Scomparso alla vista, ma non assente. Anzi: «assenza più ardente presenza» (A. Bertolucci), in cammino con tutti quelli che sono in cammino, Parola che spiega e interpreta la vita, Pane per la fame di vita. Forse la più bella preghiera da elevare a Dio è quella di Rumi: «ecco io carezzo la vita perché profuma di Te!». Lungo la strada, una carezza per chi prova dolore, un boccone di pane per chi sta per venir meno, e sentiremo profumo di Te.
sabato 3 maggio 2014
Ogni rito religioso richiama figure di testimoni e invita a una verifica vitale.
Fondamento dell'esistenza
Carlo Molari
Che la vita umana sia fondata, abbia cioè una ragione, non lo si può dimostrare argomentando ma lo si può scoprire nella profondità della propria esperienza intrapresa per l'influenza di una tradizione storica e lo si può mostrare agli altri nelle scoperte vitali compiute.
Non ci sono alternative praticabili.
Il valore di una religione sta appunto nella ricchezza della tradizione che può richiamare, nella validità delle esperienze che può offrire. Ogni rito religioso richiama figure di testimoni e invita a una verifica vitale.
Ma ogni situazione quotidiana può consentire questa scoperta: è sufficiente avere riferimenti ideali chiari per viverla intensamente cogliendo a piene mani ciò che essa offre.
È possibile anche oggi amici fare un'esperienza religiosa, scoprire cioè che la vita ha un solido fondamento. Che non siamo sospesi nel vuoto, ma siamo avvolti d'amore.
venerdì 2 maggio 2014
Viene dalla storia perché nessun uomo basta a se stesso
Fondamento dell'esistenza
Carlo Molari
La risposta a queste domande nasce dal profondo della storia umana e può scaturire dall'esperienza di ogni persona.
Nasce dall'esperienza perché non bastano le parole a farla scoprire. Viene dalla storia perché nessun uomo basta a se stesso: egli deve avere riferimenti sicuri già consolidati dalla verifica di generazioni.
Solo quando, attraverso gesti di un amore non interessato, si aprono orizzonti nuovi all'esistenza, si capisce senza ombra di dubbio che il Bene fonda la nostra vita. Solo quando fidandoci della Giustizia compiamo le nostre scelte con rigorosa onestà siamo in grado di cogliere il senso del nostro cammino. Solo quando abbandonandoci alla verità, superiamo compromessi ed evitiamo inganni, sperimentiamo con evidenza che la nostra ricerca ha una ragione reale.
giovedì 1 maggio 2014
L'uomo risponde a una chiamata o affannosamente arranca per un cammino che non ha traccia e non avrà mai traguardo?
Fondamento dell'esistenza
Carlo Molari
Nei giorni scorsi ho esaminato alcuni elementi dell'esperienza religiosa, come accoglienza gioiosa della condizione dell'uomo: dipendente in tutto, chiamato alla morte come al suo compimento, mai soddisfatto di ciò che la vita gli offre. Terminavo con un interrogativo che ci porta al cuore del mistero dell'uomo: qual è la ragione della sua continua tensione? È una malattia mortale da eliminare al più presto o è la faticosa risposta a una chiamata sensata? È una forma di pazzia inguaribile o la conseguenza di una grandezza non ancora raggiunta? L'uomo risponde a una chiamata o affannosamente arranca per un cammino che non ha traccia e non avrà mai traguardo? In una parola, l'esistenza dell'uomo ha un fondamento o è sospesa nel vuoto?
mercoledì 30 aprile 2014
iniziamo a parlare, tentiamo poi di leggere i segni grafici in cui si cristallizza la parola e, alla fine, li produciamo
LEGGERE, PARLARE, SCRIVERE
Il leggere fa l'uomo completo,
il parlare lo rende pronto,
lo scrivere lo rende preciso.
Questa trilogia, che dobbiamo ai Saggi
del celebre filosofo inglese cinquecentesco Francesco Bacone,
intreccia in sé i fili fondamentali della cultura,
alla quale però lo stesso pensatore associava anche l'esperienza.
Certo è che una delle avventure più alte in assoluto dell'umanità è quella della parola,
tant'è vero che essa diventa il segno supremo per definire
Dio, il suo mistero e il suo rivelarsi:
«In principio era la Parola», proclama la prima riga del Vangelo di Giovanni.
E attorno alla parola si sviluppano appunto quei tre atti
che nell'ordine della nostra vicenda umana sono di solito così scanditi:
iniziamo a parlare, tentiamo poi di leggere i segni grafici in cui si cristallizza la parola
e, alla fine, li produciamo.
A questi tre momenti Bacone assegna una particolare qualità.
Col parlare diretto e immediato abbiamo la possibilità del dialogo e del confronto vivo;
col leggere cresce in noi il sapere;
con lo sforzo di calare l'incandescenza dei pensieri e dei sentimenti nello scritto si acquisisce il rigore, la precisione, l'accuratezza.
È purtroppo vero, però, che
questi tre atti non di rado sono devastati dal nostro comportamento:
il parlare diventa chiacchiera,
la lettura mera evasione
e lo scrivere una banalità (pensiamo solo alla valanga dei "messaggini").
Ritorniamo, allora, al gusto di compiere queste azioni umane fondamentali, soprattutto quel leggere che in Italia è ancora così raro.
Carlo Bo, grande critico letterario, osservava che
«il leggere dovrebbe essere una guida e non un rifugio per far passare il tempo».
Ma per fare questo è importante avere
un libro sapiente in mano e un po' di silenzio attorno.
Gianfranco Ravasi
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