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martedì 14 gennaio 2014

è proprio la categoria interpretativa del mistero che consente di tenere assieme a occhi ben aperti, di integrare con intelligenza le due polarità contrapposte come non più contrapposte, o almeno non più in modo irrimediabile o sterilmente conflittuale


Amedeo Cencini 
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
Parte prima
RINNOVAMENTO INCOMPIUTO
CAPITOLO I
Nodi teorici e pratici

2.4. Mistero e ministero

Infine, la formazione permanente sottolinea un'altra dimensione essenziale del nuovo pensare formativo: la formazione come mistero, o come accoglienza del mistero dell'uomo e risposta a esso. Mistero non semplicemente come ciò che non si può capire, come oscurità per la mente penetrabile solo con l'atto (cieco) di fede, ma mistero come possibilità di tenere dinamicamente unite polarità apparentemente contrapposte, come possono essere i limiti e le aspirazioni nell'uomo, o il santo e il peccatore che sono presenti in ogni essere umano, la sua libertà e la sua schiavitù, lo spirito e il corpo, la chiamata di Dio e le pretese dell'istinto (11)... L'uomo è entrambe le cose, sarebbe assurdo cancellare una delle due dimensioni, ed è proprio la categoria interpretativa del mistero che consente di tenere assieme a occhi ben aperti, di integrare con intelligenza le due polarità contrapposte come non più contrapposte, o almeno non più in modo irrimediabile o sterilmente conflittuale.

Un solo esempio: l'uomo spirituale non è tanto il «perfetto» che ha eliminato i suoi istinti e non avverte più alcun richiamo della carne, ma colui che ha imparato a riconoscere in essa un richiamo ancor più profondo, che va oltre la ricerca d'una gratificazione individuale e manipolatrice dell'altro, e apre al contrario la vita alla relazione autentica: spiritualità è relazione (come diremo meglio più avanti), ma relazione che sfrutta l'energia contenuta nella vita pulsionale, perché ancor prima legge nel corpo stesso la verità dell'uomo, o alcuni frammenti d'essa (12). Per questo si può ben dire, nell'ottica del mistero, che l'uomo spirituale è anche il più carnale tra gli esseri umani.

Ora, se la formazione d'un tempo pretendeva, un po' ingenuamente e poi forzosamente, d'eliminare la polarità subito giudicata come assolutamente negativa, proponendo a volte un ideale impossibile di santità (con tutte le conseguenze di ossessione perfezionistica che conosciamo) e finendo per impoverire il potenziale energetico umano, oggi si dovrebbe cercare d'integrare le due prospettive, passando dal modello della perfezione a quello della integrazione (13). D'altronde, quella pretesa è irrealistica e può durare ben poco, è un malinteso tipico di entusiasmi spesso passeggeri, limitati agli anni giovanili o ai primi tempi della formazione iniziale, perché non tiene abbastanza conto della realtà umana.

Una dinamica formativa, invece, che si distende su tutta la vita consente di penetrare fino in fondo nel mistero dell'uomo, ad es., fino a discendere negl'inferi della sua nequizia e vulnerabilità, ma pure a salire in alto per cogliere la trascendenza della chiamata che lo introduce nel mondo dei desideri divini; nell'arco intero d'una vita fatti positivi e negativi si rincorrono e contrappongono, per concorrere, alla fine, a delineare un'immagine realista dell'uomo, in cui la coscienza di peccato si sposa armonicamente con l'autentica tensione di santità. In un cammino formativo lungo quanto l'esistenza è più facile cogliere la complessità misteriosa del cuore umano, la sua grandezza e assieme la sua debolezza, o quel misterioso intreccio che lega il corpo allo spirito e in cui consiste l'autentica e sempre inedita tipicità umana. È nella formazione permanente che emerge con chiarezza la verità dell'uomo, santo e peccatore, fatto di terra e con desideri celesti, e si ridimensionano quegli unilateralismi o esasperazioni, in senso ottimistico o pessimistico, delle visioni parziali che non sanno accogliere il mistero.

Ed è proprio l'apertura al mistero dell'uomo che sottolinea un'altra dimensione della formazione, quella della formazione come ministero. Sia perché tale formazione, come già accennato, avviene nel ministero, come luogo abituale potremmo dire - di svelamento di questo mistero o di convergenza di tutti gli aspetti di esso, sia perché proprio il mistero stesso dell'identità consacrata e presbiterale rende la formazione un vero e proprio ministero, un servizio prezioso che un fratello offre a un altro fratello e che dovrebbe esser sempre più servizio abituale, non straordinario. In tal senso, affermano i vescovi italiani nel documento sulla formazione permanente dei presbiteri, «è particolarmente promettente per la formazione permanente la presenza di alcune figure nell'ambito della fraternità sacramentale del presbiterio: quelle presenze informali di preti carismaticamente dotati sul piano della relazione, o comunque consapevoli che un dono prezioso, soprattutto oggi, è il servizio dell'incoraggiamento e della speranza» (14).

Tale ministero sarà ancor più prezioso e indispensabile in certi momenti. L'attenzione al mistero della vita umana, infatti, esige un atteggiamento del tutto particolare, sul piano della disposizione d'animo e della proposta d'aiuto, nei confronti di chi vive il dramma della crisi religiosa e/o sacerdotale. Sarà importante, in questi casi, offrire un ascolto che consenta di percepire la radice delle difficoltà (spesso sconosciuta allo stesso individuo), una benevolenza illuminata che trasmetta al fratello quell'accoglienza che invita all'apertura, una competenza che sappia identificare quella fase dello sviluppo in cui «qualcosa» s'è bloccato, una capacità di rapporto e calore umano che aiuti a rimarginare certe ferite e a sbloccare certi nodi, un ministero di soccorso fraterno che aiuti a riscoprire e vivere il mistero ecc. Il mistero del cuore umano che si lascia sedurre dall'amore divino al punto di sceglierlo come il suo «unico» e più grande amore, si realizza di fatto attraverso il ministero della mediazione d'un altro cuore umano, d'un fratello che si pone accanto per accompagnare lungo le fasi di questa misteriosissima seduzione, anche e soprattutto nelle situazioni critiche, per prevenirle il più possibile o aiutare a viverle come sfida a crescere nelle varie dimensioni della vita spirituale. È la grazia, ancora una volta, che agisce attraverso la natura. È la grazia della formazione permanente!

La famiglia religiosa o diocesana che è madre, e proprio in quanto madre, ha non solo il diritto-dovere di chiedere il massimo della dedizione ai propri membri, ma ha assieme il dovere di offrire l'aiuto adeguato in ogni stagione della vita perché ognuno sia messo in grado di poter dare con gioia il massimo di sé (15). Forse, allora, non è fuori luogo questa riflessione auto critica: quanti fratelli o sorelle, di quelli che hanno lasciato la vita consacrata o sacerdotale o che si sono «adattati» a una vita mediocre o che hanno «deciso» di non crescere più, avrebbero potuto essere aiutati e potrebbero esser provocati ad affrontare diversamente i loro problemi, per il bene loro e della Chiesa intera!?

lunedì 13 gennaio 2014

la formazione permanente diventa l'orizzonte di senso della formazione iniziale, non solo la sua prospettiva originaria, ma anche quella finale, il suo obiettivo naturale e il suo completamento


Amedeo Cencini 
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
Parte prima
RINNOVAMENTO INCOMPIUTO
CAPITOLO I
Nodi teorici e pratici
2.3. Orizzonte di senso

Abbiamo detto che la formazione religiosa o presbiterale non si gioca tutta nel tempo della preparazione ai voti o agli ordini, né è teoria («bella teoria», direbbe ironicamente qualcuno) poi magari smentita o ridimensionata dalla pratica. C'è un rapporto che va colto con correttezza tra questi due momenti strategici e che l'idea di formazione permanente ci pare aiuti a decifrare. Più precisamente, «l'iter di formazione non può e non vuole anticipare il futuro, né deve artificiosamente ricostruire quel contesto nel quale poi si vivrà il ministero. C'è un salto inevitabile e salutare. La formazione del seminario (o del noviziato e post-noviziato) abilita esattamente a questo passaggio: a entrare nel vivo di una responsabilità e di un cammino di discepolato capaci di rigenerare e convertire chi in essi si pone in libertà e disponibilità» (8). Dietro a queste affermazioni c'è un equilibrio molto delicato e continuamente da precisare e calibrare, e che potremmo formulare così: la formazione iniziale prepara alla consacrazione, ma è la formazione permanente che forma il prete o il consacrato/a, perché è il ministero, la vita comune, il servizio ai poveri, la ricerca dei lontani, l'annuncio della pasqua di Gesù nelle vicende umane, la vita di sempre. .. il luogo primario e pertinente della formazione.

C'è, dunque, una inevitabile tensione tra le due fasi formative, tensione che è feconda se sta a sottolineare che «la vita si nutre sempre daccapo e che gli anni della prima formazione non sono da interpretare come tempo in cui si acquisisce tutto ciò che è necessario per vivere, cosicché, poi, lo si debba solo applicare» . Tensione che è invece rischiosa se finisce per affermare che non è possibile prefigurare le caratteristiche e gli sviluppi della vita futura d'una persona durante gli anni della formazione iniziale; forse in un contesto storico più statico e meno complesso era più facile prevedere il dopo, i gesti e gli stadi continui della conversione; era meno difficile anticipare situazioni problematiche, intuire le forme originarie di particolari crisi di interpretazione di sé, del proprio esser consacrati e del mondo. Nel contesto attuale tutto ciò è più difficile e nient'affatto scontato. Proprio per questo oggi in maniera del tutto particolare la formazione permanente diventa l'orizzonte di senso della formazione iniziale, non solo la sua prospettiva originaria, ma anche quella finale, il suo obiettivo naturale e il suo completamento, ciò che fa sì che la vita vissuta nel dono di sé sia e diventi davvero il luogo normale della formazione.

Quando però la tensione non è vissuta in modo equilibrato sono possibili vari squilibri nell'approccio al ministero apostolico; classico è quello di quei giovani preti e consacrati/e che, una volta entrati nel ministero, se ne lasciano assorbire al punto da azzerare ogni percorso formativo, spirituale e culturale, che non sia «funzionale» all'azione apostolica. Apparentemente costoro sembrano totalmente dediti alle fatiche apostoliche, in realtà alla fine anche l'impegno in esse rischia l'ambiguità. Quando, infatti, il lavoro pure benemerito è vissuto in modo assorbente ed equivoco, o quando lo stesso dono di sé non è bilanciato con le esigenze della vita comune o dagli altri impegni e momenti della vita d'un consacrato/a o d'un sacerdote, senz'alcuna disponibilità a lasciarsene formare, «al posto di formare deforma, sfigura, esaurisce le forze. In ogni caso non è mai un luogo neutro: o forma o deforma» (10).

domenica 12 gennaio 2014

È qualcosa di complesso e articolato, che non si dà in un singolo istante e si compie, invece, nell'arco della vita e nella storia concreta, assumendo forme e configurazioni specifiche, secondo la vocazione particolare d'ognuno

Amedeo Cencini 
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
Parte prima
RINNOVAMENTO INCOMPIUTO
CAPITOLO I
Nodi teorici e pratici
2.2. Rilevanza teologica del concetto

La fede, infatti, ha - da questo punto di vista - una duplice struttura: progressivo-dinamica e storico-esperienziale, è assenso che matura lungo un cammino costante, o adesione mentale-affettivo-volitiva che avviene solo dopo un lungo processo. È qualcosa di complesso e articolato, che non si dà in un singolo istante e si compie, invece, nell'arco della vita e nella storia concreta, assumendo forme e configurazioni specifiche, secondo la vocazione particolare d'ognuno. Il sì alla chiamata non è il proprio modo specifico di credere, la «forma» che esso assume? In tal senso credere è come un lento pellegrinaggio che a ogni passo svela qualcosa di nuovo e forse d'imprevisto, per un'esperienza di Dio che ogni giorno s'arricchisce ed è messa alla prova, deve combattere ed è resa più forte, fino all'ultimo giorno di vita.

Mi sembra un punto molto importante comprendere la rilevanza anche teologica del concetto di formazione permanente, perché ciò ci consente di capire meglio la natura dell'opzione di consacrazione, sacerdotale e religiosa, che - per natura sua - è come una lunga parabola formativa mai finita, paziente gestazione del Figlio in noi a opera del Padre per la potenza dello Spirito, come un interminabile processo evolutivo psicologico e assieme spirituale.

Solo secondariamente il concetto di formazione permanente può esser inteso come implicanza contingente o esigenza connessa al ritmo della vita attuale, sempre più mutevole e frenetico, e al carattere dinamico dell'essere umano, sempre più coinvolto in una realtà potenzialmente arricchente ma anche complessa. Fosse solo questo la formazione permanente sarebbe intesa riduttivamente in modo difensivo, come un argine per non esser... travolti dalle accelerazioni delle trasformazioni odierne o un sistema per restare al passo coi tempi, e tutt'al più diverrebbe aggiornamento, magari anche di tipo spirituale, ma in ogni caso qualcosa di straordinario, fatto di corsi speciali, d'interventi periodici, di anni o semestri sabbatici e quant'altro, insomma, possa garantire una sorta di supporto generale, sul piano dell'informazione tecnico-pratica o dell'aggiornamento apostolico o dell'animazione spirituale o dell'approfondimento carismatico (o del riposo psico-fisico) ecc. Tutti aspetti positivi e necessari, sia ben chiaro, ma che rischiano di dare un'idea ancora settoriale, parziale ed episodica della formazione continua, e di non farne sufficientemente risaltare quella valenza teologica che illumina di senso e aiuta ad afferrare la natura della stessa vocazione cristiana.

Concludendo questo paragrafo: se la dimensione teologica della formazione permanente ne sottolinea l'aspetto ordinario ed essenziale, la dimensione pedagogica ne segnala soprattutto l'aspetto straordinario e contingente.

sabato 11 gennaio 2014

non aver più bisogno di formazione alcuna, con le conseguenze tristi che sappiamo, d'una vita che s'è progressivamente allontanata dall'ideale, d'un innamoramento che s'è via via smarrito e d'una persona che ha iniziato da quel momento un lento declino verso l'insignificanza e l'apatia, la ripetitività e la noia.


Amedeo Cencini 
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
Parte prima
RINNOVAMENTO INCOMPIUTO
CAPITOLO I
Nodi teorici e pratici
2.1. Prospettiva originaria della formazione

Secondo la mentalità dominante in un certo passato, la formazione è soprattutto quella iniziale, e va definita come quel periodo propedeutico che prepara la persona, sostanzialmente, a rendere definitiva la propria scelta e ad acquisire quella maturità, ma pure quei requisiti e strumenti che le consentiranno poi di affrontare con senso di competenza le situazioni della vita...

Questo tipo d'interpretazione della formazione è invalso per molto tempo, ed è probabilmente responsabile - anche se in maniera indiretta - di quei fenomeni d'inerzia e appiattimento, di pensionamento precoce e autosufficienza ecc. di religiosi/e o di presbiteri che dopo, rispettivamente, la professione perpetua o l'ordinazione hanno praticamente deciso di non aver più bisogno di formazione alcuna, con le conseguenze tristi che sappiamo, d'una vita che s'è progressivamente allontanata dall'ideale, d'un innamoramento che s'è via via smarrito e d'una persona che ha iniziato da quel momento un lento declino verso l'insignificanza e l'apatia, la ripetitività e la noia.

In realtà non c'è «nessun dubbio - rilevano Armand e Drancour - che, nella storia della formazione, il periodo nel quale l'istruzione è stata concentrata sulla giovinezza sarà considerato come paleo-culturale» . Così come non c'è alcun dubbio che la logica che sta dietro a quella interpretazione riduttiva dev'essere esattamente invertita: la prospettiva normale da cui osservare e programmare il cammino maturativo della persona è quella dell'arco intero della vita, perché è solo nel corso degli anni e nell'avvicendarsi delle «stagioni evolutive» che l'individuo può portare a termine, per quanto può, l'ideale che s'è prefisso. La formazione è di per sé permanente. E solo a partire da questa accezione nativamente ampia sarà poi possibile suddividere i tempi della formazione stessa in periodi, ognuno con le sue caratteristiche di vario genere e la sua incisività più o meno marcata. Ma è solo dal concetto di formazione permanente che si può far derivare o dedurre quello di formazione iniziale, non il contrario. La formazione permanente non è ciò che viene dopo la formazione iniziale, ma - per quanto paradossale possa sembrare - è ciò che la precede e rende possibile, è l'idea-madre o il grembo generatore che la custodisce e le dà identità.

venerdì 10 gennaio 2014

ci permettiamo dubitare che la formazione permanente sia sentita dai più come grazia...


Amedeo Cencini 
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
Parte prima
RINNOVAMENTO INCOMPIUTO
CAPITOLO I
Nodi teorici e pratici
1. Se non è formazione permanente sarà frustrazione permanente...

C'è chi dice che la formazione permanente sia
un caso classico di rinnovamento incompiuto;
è infatti più invocata che attuata;
poco o solo approssimativamente teorizzata e non abbastanza organizzata in sistema logico e coerente;
giustificata più sul piano funzionale che su quello della profonda e normale evoluzione dell'essere credente e dell'essere consacrato;
concepita più in termini difensivi (nei confronti dell'odierno ritmo accelerato dei cambi di ruolo, di mentalità, di attese...) che non propositivi;
straordinaria più che ordinaria, e collocata, magari, negli anni delle grandi ricorrenze, come un premio alla fedeltà (o alla resistenza);
spezzettata in corsi vari di aggiornamento e specializzazione e non unificata né unificante il cammino quotidiano di vita;
e infine, voluta dai superiori molto più che dalla base, al punto - in certi casi d'esser più o meno imposta (dai primi) e mal digerita (dai secondi).
In definitiva, forse non siamo lontani dal vero se ci permettiamo dubitare che la formazione permanente sia sentita dai più come grazia...
... Il contrario della formazione non è semplicemente l'assenza d'un aiuto o la perdita d'una opportunità, infatti, ma il processo esattamente contrario, la deformazione.

giovedì 9 gennaio 2014

Purché sappiamo cogliere i... «mormorii dello Spirito», o riconoscere le strade che sta aprendo dinanzi a noi,


Amedeo Cencini 
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
Parte prima
RINNOVAMENTO INCOMPIUTO
CAPITOLO I
Nodi teorici e pratici

La stagione che stiamo attualmente vivendo come Chiesa è chiamata nei modi più svariati, ma sostanzialmente convergenti, per dire il clima d'incertezza e discernimento, d'attesa e transizione, di cammino lungo un deserto che vede ancora piuttosto lontana la terra ove abitare.
C'è chi tutto questo lo legge come un fatto negativo e che induce a una certa sfiducia e depressione;
c'è chi invece vi sente soffiare dentro il vento nuovo dello Spirito che ci sta liberando da tante piccole o grandi schiavitù per fare nuove tutte le cose.

In ogni caso, questo è il tempo che ci è stato dato di vivere, tempo carico di sfide e promesse, e che può senz'altro diventare nelle nostre mani e per le nostre chiese vero e proprio kairos, tempo provvidenziale, di grazia e sapienza, di rinnovamento fin dalle radici del nostro essere credenti nel Dio della salvezza.
Purché sappiamo cogliere i... «mormorii dello Spirito»,
o riconoscere le strade che sta aprendo dinanzi a noi,
anche se ancora non così battute e frequentate,
e forse perfino incerte e un po' avventurose, secondo qualcuno .

mercoledì 8 gennaio 2014

abbracci tutta la vita e ogni vocazione, qualsiasi chiamato in ogni stagione della sua esistenza. Altrimenti il rinnovamento resterà una finzione, qualcosa di virtuale o incompiuto...


Amedeo Cencini 
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
Parte prima
RINNOVAMENTO INCOMPIUTO

Non basta più, nell'epoca storica che stiamo vivendo, aggiornare i nostri metodi educativi; occorre aggiornare, semmai, l'idea stessa di formazione, sul piano non solo pedagogico, ma pure teologico, per renderla un fatto necessariamente costante, che accompagna in continuazione la vita del prete come del religioso/a. E, a partire da questo chiarimento, procedere verso una ricomprensione della stessa idea di sequela, che abbracci tutta la vita e ogni vocazione, qualsiasi chiamato in ogni stagione della sua esistenza. Altrimenti il rinnovamento resterà una finzione, qualcosa di virtuale o incompiuto...

In questa prima parte cercheremo proprio di definire questa nuova idea di formazione e di formazione permanente,
sul versante non solo della metodologia educativa,
ma pure del modello teologico, per coglierne il rapporto essenziale con la formazione iniziale,
e le condizioni che la rendono concretamente possibile,
a livello dell'individuo soprattutto, ma anche dei vari contesti vitali.
Infine si vedrà di stabilire pure i diversi e complementari livelli di responsabilità operativa, a partire dall'istituzione, a livello generale, per finire al singolo individuo,
primo responsabile della sua personale crescita.

martedì 7 gennaio 2014

Formazione permanente è lasciare che il ritmo della propria vita venga sempre più plasmato e cadenzato dal ritmo e dai tempi dell'anno liturgico.


No, perché formazione permanente è grazia, grazia che viene dall'alto, dono del Padre-Dio, educatore e formatore delle anime nostre, che ogni giorno provvede a plasmare in noi l'immagine del Figlio, in modi solo in parte a noi noti e da noi previsti, ovvero nella libertà dello Spirito.
L'abbiamo specificato nel sottotitolo: se da un lato la formazione permanente è fenomeno naturale e ordinario, componente e caratteristica essenziale del cammino evolutivo della vita presbiterale e religiosa, è anche e soprattutto azione di Dio, dunque dono, dunque grazia!
La trattazione è divisa in tre parti. 
Nella prima si cercherà essenzialmente di definire il concetto di formazione permanente, ponendo tale realtà in relazione con la stagione di rinnovamento che a vari livelli stiamo vivendo, e con quel cammino di rinnovamento che interessa in particolare la vita consacrata e l'identità presbiterale.
Nella seconda e terza parte si affronterà il problema strategico della formazione permanente, cioè il problema del rapporto con il tempo e del ritmo che lo stesso rapporto col tempo imprime alla vita. Nella seconda parte il tempo che scorre implacabile è visto come sfida per il vivente, che dovrà dunque imparare a vivere la sfida in modo costruttivo, come opportunità per crescere, lungo il ritmo dell'esistenza quotidiana, settimanale e mensile. Nella terza parte il tempo è visto come dono, dono che sottolinea la dimensione gratuita della formazione permanente, che s'articola lungo l'anno liturgico scandita dai misteri della vita del Signore Gesù.
Formazione permanente è lasciare che il ritmo della propria vita venga sempre più plasmato e cadenzato dal ritmo e dai tempi dell'anno liturgico.

lunedì 6 gennaio 2014

Il respiro è costante e regolare, silenzioso e appena percepibile, spontaneo e automatico, diurno e notturno, esprime la vita e ne accompagna e svela i fremiti. Così è la formazione permanente.


Introduzione

Il segno più visibile o percepibile della vita è il respiro. 
È l'alito vitale che viene da Dio, come ci ricorda la Genesi, e dà vita a ogni vivente. Anche l'esistenza tipicamente cristiana «inizia» con un respiro, il soffio dello Spirito Santo che invade a Pentecoste una carne umana e terrena, trasformandola.
Finché c'è respiro c'è vita, si dice. 
Il respiro è costante e regolare, silenzioso e appena percepibile, spontaneo e automatico, diurno e notturno, esprime la vita e ne accompagna e svela i fremiti.
Così è la formazione permanente. 
Qualcosa che segue la vita nel suo incedere, in ogni suo frammento di tempo. 
È il suo ritmo costante, ciò che la rende un continuo cammino di realizzazione d'un progetto, d'una forma che assume sempre più sembianze precise o d'un mistero che si svela progressivamente. 
Anche passando per momenti difficili e situazioni complicate. 
Il respiro, infatti, può anche esser affannoso e frenetico, svela la fatica e l'ansia di certi istanti del vivere, c'è il fiatone corto appena fatta una corsa, ma anche l'ansietà può creare problemi di respirazione.
Ecco perché abbiamo dato questo titolo, 
forse un po' singolare e certamente evocativo, 
a questa riflessione sulla formazione permanente: 
perché ne vogliamo subito sottolineare il carattere naturale, addirittura fisiologico, perché la vita di tutti, e in particolare di chi ha dedicato i suoi giorni e tutte le sue energie a una causa impegnativa e superiore alle forze umane, come presbitero e consacrato/a, 
ha necessariamente bisogno d'una attenzione costante alla sua crescita e a ciò che la può impedire; 
perché nessuno matura nel cuore e nella mente semplicemente perché da ragazzo diventa giovane e poi adulto e infine anziano; 
perché nessuno può pensare di consacrarsi all'Eterno se non attraverso un percorso di continua conversione nei giorni del suo pellegrinaggio terreno. 
Né, d'altro canto, 
nessuno può pensare di far consistere la formazione permanente in una serie di eventi estemporanei e straordinari, quasi fosse un'eccezione allo scorrere troppo normale dei giorni, o qualcosa che solo oggi, nel presente frenetico contesto socioculturale, è divenuto importante e necessario e che, tutto sommato, si riduce a un aggiornamento e diventa una fatica (o una scocciatura) in più

lunedì 30 dicembre 2013

nella liturgia l'uomo vive in pienezza il suo senso, la sua vocazione e la salvezza.

Confesso che avrei voluto iniziare il discorso sulla formazione tempo fa, ma i tempi liturgici erano un'occasione di formazione troppo importante e fondamentale per il nostro discorso. Se avessi fatto altrimenti, avrei contraddetto ciò che è stato ribadito dall'autore nel primo libro che prenderemo come guida :  Amedeo Cencini Il respiro della vita La grazia della formazione permanente (2002). Pertanto, per chiarire il mio pensiero,  prendo a prestito le parole di P. MARKO RUPNIK SJ che incontro nella prefazione del libro sopraccitato.


Gli antichi padri spirituali vedevano 
il tempo come un dono di Dio 
affinché l'uomo possa realizzare la volontà di Dio 
che è l'amore di Dio. 
Dunque 
il tempo 
come processo di santificazione 
tramite la propria vocazione. 
Il tempo 
veniva considerato e trovava il suo vero significato nella liturgia, 
perché la liturgia è esattamente la perpetua santificazione del tempo, 
cioè nella liturgia l'uomo vive in pienezza 
il suo senso, la sua vocazione e la salvezza...
è proprio la liturgia, 

dove si celebra la salvezza e si è coinvolti in essa, 

il luogo privilegiato della realizzazione della propria vocazione.