venerdì 2 maggio 2014
Viene dalla storia perché nessun uomo basta a se stesso
Fondamento dell'esistenza
Carlo Molari
La risposta a queste domande nasce dal profondo della storia umana e può scaturire dall'esperienza di ogni persona.
Nasce dall'esperienza perché non bastano le parole a farla scoprire. Viene dalla storia perché nessun uomo basta a se stesso: egli deve avere riferimenti sicuri già consolidati dalla verifica di generazioni.
Solo quando, attraverso gesti di un amore non interessato, si aprono orizzonti nuovi all'esistenza, si capisce senza ombra di dubbio che il Bene fonda la nostra vita. Solo quando fidandoci della Giustizia compiamo le nostre scelte con rigorosa onestà siamo in grado di cogliere il senso del nostro cammino. Solo quando abbandonandoci alla verità, superiamo compromessi ed evitiamo inganni, sperimentiamo con evidenza che la nostra ricerca ha una ragione reale.
giovedì 1 maggio 2014
L'uomo risponde a una chiamata o affannosamente arranca per un cammino che non ha traccia e non avrà mai traguardo?
Fondamento dell'esistenza
Carlo Molari
Nei giorni scorsi ho esaminato alcuni elementi dell'esperienza religiosa, come accoglienza gioiosa della condizione dell'uomo: dipendente in tutto, chiamato alla morte come al suo compimento, mai soddisfatto di ciò che la vita gli offre. Terminavo con un interrogativo che ci porta al cuore del mistero dell'uomo: qual è la ragione della sua continua tensione? È una malattia mortale da eliminare al più presto o è la faticosa risposta a una chiamata sensata? È una forma di pazzia inguaribile o la conseguenza di una grandezza non ancora raggiunta? L'uomo risponde a una chiamata o affannosamente arranca per un cammino che non ha traccia e non avrà mai traguardo? In una parola, l'esistenza dell'uomo ha un fondamento o è sospesa nel vuoto?
mercoledì 30 aprile 2014
iniziamo a parlare, tentiamo poi di leggere i segni grafici in cui si cristallizza la parola e, alla fine, li produciamo
LEGGERE, PARLARE, SCRIVERE
Il leggere fa l'uomo completo,
il parlare lo rende pronto,
lo scrivere lo rende preciso.
Questa trilogia, che dobbiamo ai Saggi
del celebre filosofo inglese cinquecentesco Francesco Bacone,
intreccia in sé i fili fondamentali della cultura,
alla quale però lo stesso pensatore associava anche l'esperienza.
Certo è che una delle avventure più alte in assoluto dell'umanità è quella della parola,
tant'è vero che essa diventa il segno supremo per definire
Dio, il suo mistero e il suo rivelarsi:
«In principio era la Parola», proclama la prima riga del Vangelo di Giovanni.
E attorno alla parola si sviluppano appunto quei tre atti
che nell'ordine della nostra vicenda umana sono di solito così scanditi:
iniziamo a parlare, tentiamo poi di leggere i segni grafici in cui si cristallizza la parola
e, alla fine, li produciamo.
A questi tre momenti Bacone assegna una particolare qualità.
Col parlare diretto e immediato abbiamo la possibilità del dialogo e del confronto vivo;
col leggere cresce in noi il sapere;
con lo sforzo di calare l'incandescenza dei pensieri e dei sentimenti nello scritto si acquisisce il rigore, la precisione, l'accuratezza.
È purtroppo vero, però, che
questi tre atti non di rado sono devastati dal nostro comportamento:
il parlare diventa chiacchiera,
la lettura mera evasione
e lo scrivere una banalità (pensiamo solo alla valanga dei "messaggini").
Ritorniamo, allora, al gusto di compiere queste azioni umane fondamentali, soprattutto quel leggere che in Italia è ancora così raro.
Carlo Bo, grande critico letterario, osservava che
«il leggere dovrebbe essere una guida e non un rifugio per far passare il tempo».
Ma per fare questo è importante avere
un libro sapiente in mano e un po' di silenzio attorno.
Gianfranco Ravasi
martedì 15 aprile 2014
la speranza cristiana è tutta nell'ultima pagina dell'Apocalisse quando si attende che Dio cancelli le lacrime dagli occhi.
I VERSETTI DELLA GIOIA
Non avrebbe continuato neanche un giorno a fare il pastore, se non ci fossero stati nella Bibbia "i versetti della gioia". Papà li chiamava così. Sono tutti quelli che cominciano con "State sempre lieti", "Gioite nel Signore", "Cantate canti di gioia". Un giorno papà era tanto triste e si mise a contarli. Sono 800! Diceva che se Dio si era dato pena di esortarci per 800 volte ad essere contenti, doveva essere importante.
Verso la fine degli anni Ottanta suscitò grande clamore il libro Versetti satanici che attirò sul suo autore, l'indiano Salman Rushdie, i fulmini dei fondamentalisti musulmani. Ora, invece, mettiamo in scena i "versetti gioiosi" della Bibbia, attingendo a un romanzo popolare pubblicato nel 1912 da Eleonora Porter, Polyanna.
È la storia, un po' lacrimevole e un po' lieta, di una bambina, orfana a 11 anni, affidata a una zia di matrice puritana. Nel passo da noi citato Polyanna evoca con nostalgia la figura del padre, pastore protestante, capace invece di superare l'amarezza e il rigore, ritrovando le radici bibliche della gioia, gli 800 versetti in cui le Scritture ci invitano a scoprire e a vivere la felicità. Effettivamente spesso si ha la convinzione che la Bibbia sia così seria e persino seriosa da tollerare a malapena la gioia.
Nel Medio Evo del Gesù dei Vangeli si diceva:
flevisse lego, risisse numquam, «leggo che egli pianse, mai che egli rise».
In realtà l'annunzio di Cristo è il "Vangelo" che in greco significa "bella, buona notizia" e la pagina ultima della storia di Gesù è quella gloriosa e festosa della Pasqua, come la speranza cristiana è tutta nell'ultima pagina dell'Apocalisse quando si attende che Dio cancelli le lacrime dagli occhi.
Perciò, «rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi!» (Filippesi 4,4)
Gianfranco Ravasi
lunedì 31 marzo 2014
Saper essere pronti è anche saper finire
ESSERE PRONTI
Saper essere pronti è una grande cosa!
È una facoltà preziosa che implica
fermezza,
analisi,
colpo d'occhio,
decisione.
Saper essere pronti è anche saper partire.
Saper essere pronti è anche saper finire.
Saper essere pronti è, in fondo, anche saper morire.
«Saper essere pronti è anche saper finire».
Mi aiutano i Frammenti di un diario intimo dello scrittore svizzero Henri-Frédéric Amiel (1821-1881) a trovare le parole per salutarvi, cari lettori, che siete stati con me giorno dopo giorno per questo 2011 che sta ora spegnendosi.
È sempre un po' difficile scambiarsi un abbraccio frettoloso
prima di salire sulla scaletta di un aereo
che ci separa da coloro coi quali si sono condivisi pensieri e affetti.
Eppure, l'«essere pronti» era anche l'appello che Cristo aveva lasciato ai suoi.
Tuttavia, egli partiva, ma con una promessa:
«Verrò di nuovo», anzi, «tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, verrà il Figlio dell'uomo» (Giovanni 14,3; Matteo 24,44).
La stessa morte, partenza estrema, non è mai un addio senza futuro, come molti pensano, soprattutto i più sconfortati, come scriveva in modo amaro Leonardo Sciascia:
«Non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire è l'ultima speranza».
Per il cristiano partire, finire, morire
non sono sospirati o deprecati approdi nel gorgo del nulla,
ma un distacco per un nuovo e diverso inizio.
Per questo, è necessario prepararsi, «essere pronti» come per una nuova giornata impegnativa e importante.
È con tale spirito che salutiamo l'anno vissuto ed entriamo nel nuovo; s
arà così che dovremo vivere anche l'ultimo istante della nostra esistenza.
È così che ora ci scambiamo non un «addio»,
ma un «arrivederci», anche se non sappiamo
né il giorno né l'ora né dove.
Gianfranco Ravasi
Saper essere pronti è una grande cosa!
È una facoltà preziosa che implica
fermezza,
analisi,
colpo d'occhio,
decisione.
Saper essere pronti è anche saper partire.
Saper essere pronti è anche saper finire.
Saper essere pronti è, in fondo, anche saper morire.
«Saper essere pronti è anche saper finire».
Mi aiutano i Frammenti di un diario intimo dello scrittore svizzero Henri-Frédéric Amiel (1821-1881) a trovare le parole per salutarvi, cari lettori, che siete stati con me giorno dopo giorno per questo 2011 che sta ora spegnendosi.
È sempre un po' difficile scambiarsi un abbraccio frettoloso
prima di salire sulla scaletta di un aereo
che ci separa da coloro coi quali si sono condivisi pensieri e affetti.
Eppure, l'«essere pronti» era anche l'appello che Cristo aveva lasciato ai suoi.
Tuttavia, egli partiva, ma con una promessa:
«Verrò di nuovo», anzi, «tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, verrà il Figlio dell'uomo» (Giovanni 14,3; Matteo 24,44).
La stessa morte, partenza estrema, non è mai un addio senza futuro, come molti pensano, soprattutto i più sconfortati, come scriveva in modo amaro Leonardo Sciascia:
«Non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire è l'ultima speranza».
Per il cristiano partire, finire, morire
non sono sospirati o deprecati approdi nel gorgo del nulla,
ma un distacco per un nuovo e diverso inizio.
Per questo, è necessario prepararsi, «essere pronti» come per una nuova giornata impegnativa e importante.
È con tale spirito che salutiamo l'anno vissuto ed entriamo nel nuovo; s
arà così che dovremo vivere anche l'ultimo istante della nostra esistenza.
È così che ora ci scambiamo non un «addio»,
ma un «arrivederci», anche se non sappiamo
né il giorno né l'ora né dove.
Gianfranco Ravasi
sabato 15 marzo 2014
Senza questa capacità di intuizione profonda, il cuore rimane un muscolo, la persona un organismo, la natura un sistema di energie e di dati fisici, l'arte e la spiritualità fenomeni improduttivi, destinati magari ai sognatori.
la discriminante
Se non hai
mai cacciato, mai amato,
se il profumo dei fiori non ti ha mai attratto
e la musica non ti ha mai commosso,
non sei un uomo ma uno stolto.
Mi capita tra le mani un libretto da regalo senza data, pubblicato da un ignoto editore milanese certamente parecchi anni fa e intitolato Fonti di saggezza islamica (probabilmente ne seguivano altri secondo le varie culture).
Il primo testo che è proposto è appunto il bel proverbio arabo - o almeno presentato come tale - che oggi offro ai lettori.
Lasciamo stare la caccia che è un argomento che non mi entusiasma,
ma che potremmo trascrivere metaforicamente come simbolo della ricerca umana e religiosa.
Ma la discriminante, qui indicata, tra l'uomo vero e lo stupido è assolutamente condivisibile.
In modo essenziale potremmo dire che
ciò che distingue la persona autentica
dall'uomo o dalla donna banale, volgare, superficiale
è lo stupore.
È la scoperta del mistero che si cela nella realtà del cuore, della natura, dell'arte, della religione. Senza questa capacità di intuizione profonda,
il cuore rimane un muscolo,
la persona un organismo,
la natura un sistema di energie e di dati fisici,
l'arte e la spiritualità fenomeni improduttivi,
destinati magari ai sognatori.
E invece è proprio in quei valori che pulsa la vita vera dell'umanità,
ciò che dà sapore alla quotidianità,
ciò che trasfigura la materia e la corporeità.
Senza una goccia di amore,
senza il fremito della bellezza,
senza il palpito della fede,
senza l'intimità della contemplazione,
siamo solo cose tra le cose,
siamo bestie tra altre bestie.
Gianfranco Ravasi
Se non hai
mai cacciato, mai amato,
se il profumo dei fiori non ti ha mai attratto
e la musica non ti ha mai commosso,
non sei un uomo ma uno stolto.
Mi capita tra le mani un libretto da regalo senza data, pubblicato da un ignoto editore milanese certamente parecchi anni fa e intitolato Fonti di saggezza islamica (probabilmente ne seguivano altri secondo le varie culture).
Il primo testo che è proposto è appunto il bel proverbio arabo - o almeno presentato come tale - che oggi offro ai lettori.
Lasciamo stare la caccia che è un argomento che non mi entusiasma,
ma che potremmo trascrivere metaforicamente come simbolo della ricerca umana e religiosa.
Ma la discriminante, qui indicata, tra l'uomo vero e lo stupido è assolutamente condivisibile.
In modo essenziale potremmo dire che
ciò che distingue la persona autentica
dall'uomo o dalla donna banale, volgare, superficiale
è lo stupore.
È la scoperta del mistero che si cela nella realtà del cuore, della natura, dell'arte, della religione. Senza questa capacità di intuizione profonda,
il cuore rimane un muscolo,
la persona un organismo,
la natura un sistema di energie e di dati fisici,
l'arte e la spiritualità fenomeni improduttivi,
destinati magari ai sognatori.
E invece è proprio in quei valori che pulsa la vita vera dell'umanità,
ciò che dà sapore alla quotidianità,
ciò che trasfigura la materia e la corporeità.
Senza una goccia di amore,
senza il fremito della bellezza,
senza il palpito della fede,
senza l'intimità della contemplazione,
siamo solo cose tra le cose,
siamo bestie tra altre bestie.
Gianfranco Ravasi
venerdì 28 febbraio 2014
per le strade del mondo non ci sono solo visi pallidi di indifferenza o arrossati dall'egoismo; camminano tanti «commenti viventi al Vangelo», giovani e anziani, fedeli e persone che credono di non credere ma conducono un'esistenza specchiata e generosa
COMMENTI VIVENTI
Un commento al Vangelo non si deve scrivere ma vivere.
E ci sono molti più commenti viventi al Vangelo di quanto possa sembrare a prima vista.
Propongo queste parole del filosofo austriaco Ferdinand Ebner (1882-1931), prima ateo e poi ardente credente, con qualche imbarazzo, avendo alle spalle una non piccola valanga di pagine di commenti biblici.
Un imbarazzo che dovrebbe colpire anche i predicatori che, a partire da stasera e per tutta la giornata domenicale di domani, intesseranno esposizioni, spiegazioni, applicazioni sui testi biblici della liturgia.
Già un ateo rimasto tale come il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche accusava in questi termini i cristiani:
«Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, non avreste bisogno di insistere così ostinatamente perché si creda all'autorità di questo libro: le vostre azioni dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia perché voi stessi dovreste essere la stessa Bibbia».
Ebner, però, apre uno squarcio a cui affacciarsi:
per le strade del mondo non ci sono solo visi pallidi di indifferenza o arrossati dall'egoismo;
camminano tanti «commenti viventi al Vangelo», giovani e anziani, fedeli e persone che credono di non credere ma conducono un'esistenza specchiata e generosa.
Ogni giorno li incontriamo e sono quelli — come scriveva ancora Ebner — che hanno abbattuto tra loro e gli altri e Dio
«la muraglia cinese del proprio io».
Mi piace, allora, finire con un augurio:
che sia possibile anche per noi incidere sulla nostra tomba l'epigrafe che volle per sé questo filosofo:
«Qui giace il resto mortale di una vita umana nella cui grande oscurità ha brillato la luce della vita e in questa luce ha compreso che Dio è amore».
Gianfranco Ravasi
Un commento al Vangelo non si deve scrivere ma vivere.
E ci sono molti più commenti viventi al Vangelo di quanto possa sembrare a prima vista.
Propongo queste parole del filosofo austriaco Ferdinand Ebner (1882-1931), prima ateo e poi ardente credente, con qualche imbarazzo, avendo alle spalle una non piccola valanga di pagine di commenti biblici.
Un imbarazzo che dovrebbe colpire anche i predicatori che, a partire da stasera e per tutta la giornata domenicale di domani, intesseranno esposizioni, spiegazioni, applicazioni sui testi biblici della liturgia.
Già un ateo rimasto tale come il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche accusava in questi termini i cristiani:
«Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, non avreste bisogno di insistere così ostinatamente perché si creda all'autorità di questo libro: le vostre azioni dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia perché voi stessi dovreste essere la stessa Bibbia».
Ebner, però, apre uno squarcio a cui affacciarsi:
per le strade del mondo non ci sono solo visi pallidi di indifferenza o arrossati dall'egoismo;
camminano tanti «commenti viventi al Vangelo», giovani e anziani, fedeli e persone che credono di non credere ma conducono un'esistenza specchiata e generosa.
Ogni giorno li incontriamo e sono quelli — come scriveva ancora Ebner — che hanno abbattuto tra loro e gli altri e Dio
«la muraglia cinese del proprio io».
Mi piace, allora, finire con un augurio:
che sia possibile anche per noi incidere sulla nostra tomba l'epigrafe che volle per sé questo filosofo:
«Qui giace il resto mortale di una vita umana nella cui grande oscurità ha brillato la luce della vita e in questa luce ha compreso che Dio è amore».
Gianfranco Ravasi
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